Forse comprendo.
Forse, a forza di assorbire, accogliere e includere, si perde di sostanza e significato.
Non sento più il mio corpo, sono senza confini.
Regredisco a uno stato di primordiale sopravvivenza, senza dignità.
Solo adesso, solo ora, mi viene svelata l'assurda amara eredità.
Adesso che sono diventata te.
E per quanto t'ho amato, adesso ti odio.
Ti odio.
lunedì 8 giugno 2015
venerdì 29 maggio 2015
Dentro
Demoni come anguille, scivolano attraverso l'elettricità di neuroni attorcigliati.
Nella palude nera di un inverno senza fine, le stagioni restano ferme e immobili: anche i sogni sono sempre gli stessi e i tuoi riccioli biondi nemmeno la Morte se li è divorati.
Ho paura dell'estate.
La lascio fuori da questa tana di dolore.
Seppellisco embrioni di pulcini, pensieri mai nati di merli con ali grandi e scure come la notte.
Cosa credevi?
Sei un animale notturno, non c'è scampo. Hai un'eredità pesante, retaggio di chi, per quanto ti ha amato, alla fine ti ha ucciso e fatto a pezzi.
Sometimes fear is the only place that we can call our home
- Dai, vai a fare amicizia.
- No, mamma.
- Ma perchè? Sono bambini come te, hanno la tua età.
- No, mamma. Non mi va. Preferisco giocare da sola.
Braccata da demoni.
Mi stringo nella polvere dei ricordi e osservo il giallo del sole che si fonde col verde delle foglie. Socchiudo gli occhi e, come sempre, aspetto il tramonto e la grande madre luna, incapace di risposte e dolori.
giovedì 26 marzo 2015
Outdoor
Anche il vento è cambiato: è timido, scherzoso, accarezza l'erba come un sorriso.
Ade sospira nell'ombra, rassegnato.
Guardo la neve sciogliersi e divenire acqua inconsistente sotto le mie zampe.
I miei respiri hanno ritmi cadenzati e più profondi, non si trasformano in vapore ma scivolano nell'aria come polline sfuggito alle api.
Resto ancora nella silenziosa radura innevata e attendo soltanto il sole.
Aspetto la luce come un soffio di una divinità sulle ceneri della terra ferita.
Ne ho intravisto il calore e la leggerezza armoniosa.
L'innocente purezza dei raggi dorati, m'incanta come un cielo stellato, al quale sono forse più abituata.
Mi appartiene questo candore?
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venerdì 6 febbraio 2015
Qui
Qui, un salto eterno senza immagine
meccanismo d'assolutezza retorica
ibrida Euridice dai sensi separati che
ferma nella fissità delle emozioni
più non sa seguire e procedere ma
neanche fermarsi in paludi ombrose.
Un Atlantico all'alba di un sole rosso
rosso, rosso, rosso, di un eterno ritorno
qui, niente si muove: la luna aspetta luce riflessa
sorella bianca che giace tra colombe di nuvole,
tende i suoi timidi raggi alla sfera fraterna
che sempre, le scivola accanto.
Innevato universo di virginale stupore
macchiato da sangue immemore e castità violate:
perla dispersa e colma di terrore, intreccia il bagliore
con quello del sole fratello, audace, veloce, vorace
fuoco dorato che brucia selvaggio e costante
e distende le increspate acque lunari.
Qui, spazi indefiniti: gli astri girano senza vedersi
sotto maledizioni ancestrali e bidimensionali,
uno, sfera vorticosa e l'altra, falce leggera
muovono il corso di assonanze contorte
onirici lampi di fusione incandescenti
che cercano corrispondenze, oltre i confini d'aria.
meccanismo d'assolutezza retorica
ibrida Euridice dai sensi separati che
ferma nella fissità delle emozioni
più non sa seguire e procedere ma
neanche fermarsi in paludi ombrose.
Un Atlantico all'alba di un sole rosso
rosso, rosso, rosso, di un eterno ritorno
qui, niente si muove: la luna aspetta luce riflessa
sorella bianca che giace tra colombe di nuvole,
tende i suoi timidi raggi alla sfera fraterna
che sempre, le scivola accanto.
Innevato universo di virginale stupore
macchiato da sangue immemore e castità violate:
perla dispersa e colma di terrore, intreccia il bagliore
con quello del sole fratello, audace, veloce, vorace
fuoco dorato che brucia selvaggio e costante
e distende le increspate acque lunari.
Qui, spazi indefiniti: gli astri girano senza vedersi
sotto maledizioni ancestrali e bidimensionali,
uno, sfera vorticosa e l'altra, falce leggera
muovono il corso di assonanze contorte
onirici lampi di fusione incandescenti
che cercano corrispondenze, oltre i confini d'aria.
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martedì 3 febbraio 2015
Sensazioni
Acqua.
Riesco dolcemente a tornare alla mia sorgente, a vederne l'esile fonte.
La mitezza del cervo che si offre al cacciatore mi confonde, mi ristora, mi insegna.
Come l'acqua nutre, disseta, sostenta, così il cervo va incontro alla morte, con l'occhio umido e grande, inerme lago di innocenza inespressa.
Febbraio porta l'idea della primavera, imbianca e stringe la terra nella morsa del gelo, ma è come il punto più buio della notte prima dell'alba.
L'erba è ancora avvolta dalla coperta di pioggia battente, l'acqua dorme in abissi gelidi e di marmo turchese, la luna è un ventre di vergine che aspetta di congiungersi al sole.
Il cervo beve alla fonte e aspetta quieto il cacciatore: vorrei proteggerlo, ma il cedere la sua vita fa parte del ciclo perenne dove scorrono tutte le cose.
Come una sorgente che porta acqua pulita al suo fiume: sotto la luna d'inverno le correnti diluiscono la fissità densa di una melma malata. Il ghiaccio purifica e brucia come sale su labbra ferite.
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martedì 27 gennaio 2015
Mercy
Annuso piste.
Annuso l'erba addormentata sotto il gelo, la foschia, le creature inermi della notte.
Traduco l'acqua che vibra nelle pozze come densa di terrore inespresso, covo di larve e zanzare addormentate.
Non sono libero, non sono saggio, sono solo un animale ebbro di schiettezza ed emotività disarmante.
Pago coi pensieri.
Pago con la solida, scontrosa durezza di una realtà inconcludente, piramide battuta da venti e pianeti, inno sacro alle divinità d'acciaio e catrame che non riesco a venerare.
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mercoledì 21 gennaio 2015
Winter's tale
Mi basterebbe un piccolo affluente.
Anche poca acqua, a diluire la mia di fiume malandato.
Tempeste lineari di nuvole ascensionali
turbini gialli di elettricità
sbattono su increspature azzurre
correnti marine che anelano
a tessere capelli di ninfe e imenei divini.
C'è un faro che crolla, una barca senza remi
un gabbiano senza ali, cadavere ingiallito dalla spiaggia.
Dove sei, tu?
Ho imparato a fingere davanti alla logica.
Ho imparato a considerare le frasi come verbi e avverbi.
Sequenzialità grammaticali prive di senso e basta.
La freddezza distorta della loro bidimensionalità è un arrendevole fossa cimiteriale.
Anche poca acqua, a diluire la mia di fiume malandato.
Tempeste lineari di nuvole ascensionali
turbini gialli di elettricità
sbattono su increspature azzurre
correnti marine che anelano
a tessere capelli di ninfe e imenei divini.
C'è un faro che crolla, una barca senza remi
un gabbiano senza ali, cadavere ingiallito dalla spiaggia.
Dove sei, tu?
Ho imparato a fingere davanti alla logica.
Ho imparato a considerare le frasi come verbi e avverbi.
Sequenzialità grammaticali prive di senso e basta.
La freddezza distorta della loro bidimensionalità è un arrendevole fossa cimiteriale.
giovedì 15 gennaio 2015
Insetti
Distorsioni.
Ti assassino ogni notte, il tuo sangue mi nutre,
il tuo sangue mente e sente la mia lingua schioccare.
Cucio nuove maschere e parlo con chi non vive senza
sul fondo, una vile demenza anticipata.
Amnesie forzate murano il suolo del mio respiro
salvifico vuoto, grembo immemore, non-azione
e sogno novità potenziali per te, luminosi templi d'amore
che credi di costruire, e per i quali bramo meschini crolli rovinosi.
Io, tuo insetto operaio privo di uova,
proseguo la lenta fila degli operai privi di uova
un giorno, a nascondermi dagli spilloni e dal vetro,
un altro, dai merli rapaci che vittoriosi sfidano l'inverno.
E se pungo, io morirò.
Tre volte dieci, io morirò.
Ti assassino ogni notte, il tuo sangue mi nutre,
il tuo sangue mente e sente la mia lingua schioccare.
Cucio nuove maschere e parlo con chi non vive senza
sul fondo, una vile demenza anticipata.
Amnesie forzate murano il suolo del mio respiro
salvifico vuoto, grembo immemore, non-azione
e sogno novità potenziali per te, luminosi templi d'amore
che credi di costruire, e per i quali bramo meschini crolli rovinosi.
Io, tuo insetto operaio privo di uova,
proseguo la lenta fila degli operai privi di uova
un giorno, a nascondermi dagli spilloni e dal vetro,
un altro, dai merli rapaci che vittoriosi sfidano l'inverno.
E se pungo, io morirò.
Tre volte dieci, io morirò.
Posso fare fuori parti di voi con facilità
la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva
che non ho avuto mai
Nasconderò con miele colante il vuoto che avanza
io, ora, nasconderò
dove vivevi tu.
Dove vivevi solo tu.
la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva
che non ho avuto mai
Nasconderò con miele colante il vuoto che avanza
io, ora, nasconderò
dove vivevi tu.
Dove vivevi solo tu.
(Marlene Kuntz)
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domenica 4 gennaio 2015
Cristalli
Mani calde cantano la loro serenata alla piccola stufetta tonda da scrivania.
I pensieri, come ghiacciai, resistono impavidi e si fortificano grazie alle perenni nevi cerebrali.
La luna è l'illusione più dolce che il cielo abbia mai creato, e la mia contemplazione da essere errante la rende unica regina nel mazzo di tarocchi delle nuvole.
Solitudine.
Nota prolungata attraverso il buio.
Ululato del lupo.
Quattro impronte sulla neve, in un coagulo di freddo e fatica.
Il cammino lento e impercettibile delle stagioni fiacca lo spirito.
A muoversi, è solo il vapore del mio respiro, fantasma di aria nel gelo dell'inverno.
I pensieri, come ghiacciai, resistono impavidi e si fortificano grazie alle perenni nevi cerebrali.
La luna è l'illusione più dolce che il cielo abbia mai creato, e la mia contemplazione da essere errante la rende unica regina nel mazzo di tarocchi delle nuvole.
Solitudine.
Nota prolungata attraverso il buio.
Ululato del lupo.
Quattro impronte sulla neve, in un coagulo di freddo e fatica.
Il cammino lento e impercettibile delle stagioni fiacca lo spirito.
A muoversi, è solo il vapore del mio respiro, fantasma di aria nel gelo dell'inverno.
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giovedì 11 dicembre 2014
Blu
- Allora, che colore vuoi?
- Blu. Voglio quello blu.
- Tieni, legalo al polso altrimenti vola via.
No, non lo legherò al polso. Papà non sa che non lo farò volare via.
Cinque anni, capelli ramati, frangetta spettinata sulla fronte bianca.
Un parco, quello delle Cascine a Firenze, una girandola sulla bicicletta e un palloncino blu in mano.
Ti chiamerò Blu, sarai il mio gabbiano.
Blu vola tra le mie mani, solca le nubi senza paura.
Poi, un giorno, mi aggrappo alla cordicella e mi solleva tra i venti.
Blu, piano, ho paura, soffro di vertigini. E se ti buchi e scoppi?
Ma Blu non mi sente, e si alza sempre di più.
Finchè, un giorno, Blu diventa un gabbiano vero.
E' bellissimo, con le piume candide e le ali grigie. Non ne avevo mai visto uno così da vicino. Lo lascio volare e taglio la cordicella.
Blu è felice, vola in alto.
Lo vedo congiungersi nel sole con la sua compagna.
Hanno un grande nido sul solaio di un palazzo, inacessibile, inviolato, sicuro.
Sono felice per Blu e vorrei dirlo al mondo intero, ma nessuno crederebbe alla storia di un palloncino che si trasforma in un gabbiano, così me lo tengo per me.
Mi sveglio sorridendo, serena per aver respirato un po' di ossigeno e aria di mare insieme a Blu e a quella bambina che ero.
Poi, di nuovo la notte.
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lunedì 8 dicembre 2014
Fissità, fissazioni, affissioni sulle croci. The arms of Sorrow
L'acqua scorre a fatica.
Densa, nerastra, salmastra, sanguinolenta.
Veleno, veleno ovunque.
Profezie sciolte, gli Oracoli hanno parlato.
Il passato mi cinge la fronte con una corona di spine che entrano nella carne, penetrano nelle tempie, stillano gocce di veleno verdastro da cui succhiano voraci le mie serpi.
Rovi nella gola, idra nello stomaco, il respiro si affanna nel panico dei ricordi.
Non c'è via d'uscita.
La cortina di ferro dell'isolamento è ormai spessa.
Il lavoro è compiuto.
Fiera, brindo sul mio cadavere.
Ma the show must go on.
E l'onda scivola a fatica, il tempo è beffardamente fermo: Crono divora i suoi figli con famelica disperazione e mastica la loro carne in un eterno istante di dolore viscerale.
Destino: fissità e affissione sulla croce, nei templi dello spasmo infinito.
Vacuità delle azioni, degli intenti, nichilismo assoluto regna padrone e signore.
Adesso ne conosco il fiele.
Harvest of sorrow
Your seed is grown
In a frozen world full of cries
When the ray of light shrinks
Shall cold winter nights begin
Your seed is grown
In a frozen world full of cries
When the ray of light shrinks
Shall cold winter nights begin
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sabato 6 dicembre 2014
Quelli che amano - J. Sabines
Quelli che amano tacciono.da PensieriParole
L'amore è il silenzio più fine,
il più tremante, il più insopportabile.
Quelli che amano cercano,
sono quelli che lasciano perdere
sono quelli che cambiano, quelli che dimenticano.
Il cuore dice loro che non troveranno mai,
non trovano, cercano.
Quelli che amano vanno come pazzi
perché stanno soli, soli, soli,
consegnandosi, dandosi ogni istante,
piangendo perché non salvano l'amore.
Li preoccupa l'amore. Quelli che amano
vivono alla giornata, non possono fare di più, non sanno.
Sempre se ne stanno andando,
sempre, da qualche parte.
Aspettano,
non aspettano nulla, ma aspettano.
Sanno che non troveranno mai.
L'amore è la proroga perpetua,
sempre il passo seguente, l'altro, l'altro.
Quelli che amano sono gli insaziabili
quelli che sempre - meno male! - resteranno soli.
Quelli che amano sono l'idra del racconto.
Hanno serpenti al posto delle braccia.
Le vene del collo gli si gonfiano
anche come serpenti per asfissiarli.
Quelli che amano non possono dormire
perché se si addormentano se li mangiano i vermi.
Nel buio aprono gli occhi
e in loro cade lo spavento.
Trovano scorpioni sotto il lenzuolo
e il loro letto galleggia come su di un lago.
Quelli che amano sono pazzi, soltanto pazzi,
senza Dio e senza diavolo.
Quelli che amano escono dalle loro grotte
tremanti, affamati,
a cacciare fantasmi.
Ridono di quelli che lo sanno tutto,
di quelli che amano per sempre, veracemente,
di quelli che credono nell'amore come una lampada d'olio inesauribile.
Quelli che amano giocano ad afferrare l'acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano al lungo, triste gioco dell'amore.
Nessuno si può rassegnare.
Dicono che nessuno si può rassegnare.
Quelli che amano si vergognano di qualsiasi conformismo.
Vuoti, ma vuoti da una costola all'altra,
la morte li corrode dietro gli occhi,
e loro camminano, piangono fino all'alba
dove treni e galli si salutano dolorosamente.
A volte gli arriva un odore a terra appena nata,
a donne che dormono con la mano nel sesso, compiaciute,
a ruscelli d'acqua tenera e cucine.
Quelli che amano cantano tra le labbra
una canzone mai imparata,
e se ne vanno piangendo, piangendo,
la bella vita.
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giovedì 4 dicembre 2014
Heroes of sand
La marea dei fluidi dei pensieri sbatte contro il faro spento dei sensi, organo cardiaco arrotolato al margine di strategie di sopravvivenza, filo elettrico fulminato dalla pioggia salata di ombre proiettate su un muro scrostato.
Gli argini della coscienza trattengono eterni ritorni, essenze stesse delle acque inquiete senza porto nè isole.
Heroes go down
With their hearts in their hands
Building their castles on the sand.
Non c'è futuro.
Gli argini della coscienza trattengono eterni ritorni, essenze stesse delle acque inquiete senza porto nè isole.
Heroes go down
With their hearts in their hands
Building their castles on the sand.
Non c'è futuro.
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lunedì 1 dicembre 2014
Holy river
Dormo insieme al grigiore di questa eterna stagione.
Il cielo esplode in albe di seta e in notti di fango, si alterna la danza delle nuvole bianche come spose verso gli onirici altari di piogge equatoriali.
Il vento è forte, ha ali di falco veloce che sbattono con la rapidità di inesorabili uragani.
L'Angelo del Giudizio cava dai petti una moltitudine di cuori avvelenati, ancora grondanti sangue e tossine, ancora pulsanti umani e inconcepibili affanni.
Li immerge con violenza nelle acque di un fiume senza sorgente e resta a guardarli mentre le onde lavano via il rossore e i grumi di veleno.
L'acqua si addensa, nerastra e viscida come una biscia in agonia.
L'aurora ne mostra inerme i gorghi profondi, i pesci si contorcono tra le correnti ed emergono immobili e senza vita, viscidi scudi d'argento che brillano al sole invernale.
La luce della santa inquisizione della logica cerebrale non penetra la profonda liquidità emozionale di abissi inesplorati.
Il cielo esplode in albe di seta e in notti di fango, si alterna la danza delle nuvole bianche come spose verso gli onirici altari di piogge equatoriali.
Il vento è forte, ha ali di falco veloce che sbattono con la rapidità di inesorabili uragani.
L'Angelo del Giudizio cava dai petti una moltitudine di cuori avvelenati, ancora grondanti sangue e tossine, ancora pulsanti umani e inconcepibili affanni.
Li immerge con violenza nelle acque di un fiume senza sorgente e resta a guardarli mentre le onde lavano via il rossore e i grumi di veleno.
L'acqua si addensa, nerastra e viscida come una biscia in agonia.
L'aurora ne mostra inerme i gorghi profondi, i pesci si contorcono tra le correnti ed emergono immobili e senza vita, viscidi scudi d'argento che brillano al sole invernale.
La luce della santa inquisizione della logica cerebrale non penetra la profonda liquidità emozionale di abissi inesplorati.
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sabato 29 novembre 2014
All souls night
L'odio e l'indifferenza tagliano l'aria notturna come fosse tenera carne di una grande dea dalla pelle scura che giace addormentata, invisibile e nervosa.
Va bene così.
Tutto è compiuto, tra i lamenti degli insonni del sabato sera, tra le trame oscure di chi si professa paladino o cavaliere alla ricerca di chissà quale drago.
Le anime della notte dormono inquiete.
Le anime della notte sono tutte unite, legate da forze occulte, paradossali catene d'arroganza ed egotismo.
Le anime della notte si ritroveranno tutte insieme, perchè si assomigliano tutte.
In fondo alla notte, oltre questo buco nero che risucchia memorie, ricordi, fili elettrici emozionali, si erge splendente il tempio di Ananke imperiosa, dove i cuori travagliati trovano riparo sin dalla notte dei tempi.
Gli occhi si chiudono, le tempie si bagnano di fortezza, Fortitudo dorata, e la mente insegna al cuore a resistere, a proteggere l'umida, sanguinante e virginale Verità che ciascuno, a suo modo, porta dentro di sè.
Spiegazzata come una sindone su un sepolcro di marmo, o un lenzuolo di nozze macchiato dall'emblematica prova di un imene lacerato, steso davanti a occhi maliziosi e indiscreti.
Le anime della notte sono simili ma inconoscibili tra di loro: sterminano etnie ed alzano pire su cui bruciano i cadaveri anneriti da ottuse convinzioni di plastica.
Stupri di guerra.
Utero cerebrale ferito.
I vortici di Ananke non confondono, ma tagliano la sottile lingua melliflua della bocca di sinapsi impazzite.
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mercoledì 26 novembre 2014
S. Sebastiano
Ancora una volta.
Un letto di legno, pareti bianche, una foto di famiglia al muro.
Un computer pronuncia frasi con voce asettica e metallica.
Le tue mani, che prima pizzicavano le corde di una chitarra, sono ora serrate ai bordi di quel letto.
Gli occhi azzurri e lucidi, sono fissi allo schermo luminoso del computer agganciato a un braccio metallico.
Il polmone metallico respira con fiato alieno, meccanico, ripetitivo, come stesse gonfiando le membra di un uomo di gomma.
Non ero pronta a questo, non ero preparata.
La piccola stanza troppo calda, di un candore marmoreo, s'interseca nella memoria con quella di un Policlinico di tanti anni fa.
I battiti nel mio petto scivolano in successione come gocce di cera di una candela a metà.
Mi aggrappo con lo sguardo a particolari stupidi e insignificanti: le tende all'uncinetto, forse troppo trasparenti, il quadro al muro che raffigura un uomo che dorme per terra, ai margini di un portone ("Che sia il suonatore Jones?" penso di fretta), le medicine accatastate su un mobile smaltato di bianco, le macchine che cooperano insieme come robot squadrati dai volti al plasma.
Ananke. Ancora una volta.
Mi torna in mente San Sebastiano trafitto da un mare di frecce: il volto bianco al cielo, gli occhi vitrei a cercare la mano di un dio tra le nuvole e il corpo inchiodato a un palo.
Lo stomaco si accartoccia come una foglia secca e mi concedo il diritto di piangere.
Un letto di legno, pareti bianche, una foto di famiglia al muro.
Un computer pronuncia frasi con voce asettica e metallica.
Le tue mani, che prima pizzicavano le corde di una chitarra, sono ora serrate ai bordi di quel letto.
Gli occhi azzurri e lucidi, sono fissi allo schermo luminoso del computer agganciato a un braccio metallico.
Il polmone metallico respira con fiato alieno, meccanico, ripetitivo, come stesse gonfiando le membra di un uomo di gomma.
Non ero pronta a questo, non ero preparata.
La piccola stanza troppo calda, di un candore marmoreo, s'interseca nella memoria con quella di un Policlinico di tanti anni fa.
I battiti nel mio petto scivolano in successione come gocce di cera di una candela a metà.
Mi aggrappo con lo sguardo a particolari stupidi e insignificanti: le tende all'uncinetto, forse troppo trasparenti, il quadro al muro che raffigura un uomo che dorme per terra, ai margini di un portone ("Che sia il suonatore Jones?" penso di fretta), le medicine accatastate su un mobile smaltato di bianco, le macchine che cooperano insieme come robot squadrati dai volti al plasma.
Ananke. Ancora una volta.
Mi torna in mente San Sebastiano trafitto da un mare di frecce: il volto bianco al cielo, gli occhi vitrei a cercare la mano di un dio tra le nuvole e il corpo inchiodato a un palo.
Lo stomaco si accartoccia come una foglia secca e mi concedo il diritto di piangere.
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martedì 25 novembre 2014
Ananke
Un destino ineluttabile, già filato, già teso, già segnato, in un punto preciso, dalla lama della forbice.
Gli eventi si inchinano alle mie previsioni, come se fossi una quarta Moira.
Spezzo il collo ai miei demoni in un bagno d'odio e di sangue, ma essi, come idra potenti si rigenerano: le teste da serpente, le fauci grondanti densi umori nerastri.
Questo è il mio Universo, qui non entra nessuno.
Finalmente, capisco.
Finalmente la vividezza dei sogni notturni illumina la verità.
La annuso, ne sento l'odore acre, so che è vicina anche se non riesco a vederla.
ANANKE.
Anche gli dei s'inchinano ad essa.
La madre delle Moire.
L'inalterabilità del fato, la forza, la necessità delle leggi della natura.
Il ferrettiano "Ciò che deve accadere, accade" mi si para davanti con tutta la sua orrorifica possente presenza.
Respiro il tremore che emana Ananke, chino la testa e obbedisco, assecondando un disperato magnetismo che, finalmente, mi rende padrona di me stessa.
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The name of the rose
Dolore frontale pulsa compulsivo con prepotenza dittatoriale.
Bandiera bianca, un Moment e scivolo nel sonno.
Scendo le scale di pietra polverose. Buio e umidità sono i sovrani e penetrano imperiosi nelle ossa.
Una cripta, o forse una cella monacale poco illuminata mi si para alla fine delle scale.
Sussurri ascetici, tuniche nere disposte in circolo: il mio occhio vola sulle teste velate e scopre un piccolo letto drappeggiato di nero. Un monaco vi dorme, la pelle sottile solcata dalle rughe è un mare disteso e rassegnato al riposo eterno.
Preghiere, incenso nell'aria e la Morte accarezza la Vita poggiandole un dito sulle labbra.
Una vecchia suora mi guarda, sfoggiandomi un sorriso isterico e insensato: ha un naso ricurvo, labbra sottili come sentieri imprecisi di terre nordiche e occhi sporgenti, languenti e lucidi, velati da una vecchiaia di demenza e verità schietta.
Mi parla piano e con voce trasognata chiede di sciogliermi i capelli.
Sgrano gli occhi, ma accolgo quella proposta priva di logica con obbedienza automatica: mi sfilo l'elastico e li lascio cadere sulle spalle e la schiena.
Quand'ecco che il monaco lascia scivolare la testa oltre il cuscino e, ripiegando il collo in modo innaturale, spalanca gli occhi azzurri di colpo.
Si alza dal torpore dell'agonia come se si fosse ripreso da un dormiveglia pomeridiano.
Lo fisso, ha lo stesso volto della vecchia suora alienata di prima: orbite vuote ma cariche di assennatezza irreale mi scrutano il fondo degli occhi per dirmi: "Ero io la Morte. Ma ho deciso di svegliarmi".
E, allungando la gracile mano bianca verso di me, sorride con serafico e lunare appagamento.
Bandiera bianca, un Moment e scivolo nel sonno.
Scendo le scale di pietra polverose. Buio e umidità sono i sovrani e penetrano imperiosi nelle ossa.
Una cripta, o forse una cella monacale poco illuminata mi si para alla fine delle scale.
Sussurri ascetici, tuniche nere disposte in circolo: il mio occhio vola sulle teste velate e scopre un piccolo letto drappeggiato di nero. Un monaco vi dorme, la pelle sottile solcata dalle rughe è un mare disteso e rassegnato al riposo eterno.
Preghiere, incenso nell'aria e la Morte accarezza la Vita poggiandole un dito sulle labbra.
Una vecchia suora mi guarda, sfoggiandomi un sorriso isterico e insensato: ha un naso ricurvo, labbra sottili come sentieri imprecisi di terre nordiche e occhi sporgenti, languenti e lucidi, velati da una vecchiaia di demenza e verità schietta.
Mi parla piano e con voce trasognata chiede di sciogliermi i capelli.
Sgrano gli occhi, ma accolgo quella proposta priva di logica con obbedienza automatica: mi sfilo l'elastico e li lascio cadere sulle spalle e la schiena.
Quand'ecco che il monaco lascia scivolare la testa oltre il cuscino e, ripiegando il collo in modo innaturale, spalanca gli occhi azzurri di colpo.
Si alza dal torpore dell'agonia come se si fosse ripreso da un dormiveglia pomeridiano.
Lo fisso, ha lo stesso volto della vecchia suora alienata di prima: orbite vuote ma cariche di assennatezza irreale mi scrutano il fondo degli occhi per dirmi: "Ero io la Morte. Ma ho deciso di svegliarmi".
E, allungando la gracile mano bianca verso di me, sorride con serafico e lunare appagamento.
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giovedì 20 novembre 2014
Snake dreams
Tre serpenti spuntano dalle trame di una catasta di tappeti persiani.
Il primo scivola via veloce, strisciando a zig zag.
Il secondo, enorme, giallo, scaglie lucide punteggiate di nero, apre le fauci come un mostro marino e risucchia il corpo snello del terzo, il più piccolo dei tre.
Ne resta parte della coda fuori dalla bocca, a contorcersi e acquietarsi sotto i colpi della falce silenziosa dell'agonia.
Dolore animale.
Dolore universale.
Dolore molecolare.
Mi sveglio.
Atlante regge il mondo là fuori, sotto i caotici rombi da guerra.
Il carro del sole è già alto, ma i tre serpenti s'avvinghiano alla mia corteccia cerebrale e la stringono, causandone un'emorragia.
Poi allentano la stretta, e la luce dalla finestra riscalda l'aria e i pensieri.
Ma loro, là dentro, strisciano, scivolano come gocce di pioggia sui vetri della memoria e riprendono a stringere.
Notte. Birra rossa. Egotismo. Me lo ripeto a mente, mentre il serpente giallo lecca le mie sinapsi.
Slow down and I sail on the river
Slow down and I walk to the hill
Ringhio, il serpente giallo striscia lontano e mi lascia chiudere gli occhi.
Le pupille si sposano al buio della camera.
Il sangue fluisce lento e la luna si alza nel cielo freddo di novembre.
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domenica 16 novembre 2014
Ossa
Conto le ossa.
Dura materia oltre la carne tenera.
Ci sono, ci sono tutte e la cosa mi rasserena.
Premo con i polpastrelli sul braccio, sulla spalla, tocco la clavicola: sento la mia invisibile, scontata e naturale impalcatura e capisco che posso ancora alzarmi.
Siamo vertebrati, in fondo è facile.
Mi proteggo con storie di raminghi nordici, avvolti dal loro manto di nera solitudine.
Guerrieri, bardi, valchirie, principesse, rune, draghi, cavalli, polvere e campi di battaglia al tramonto, vessili spezzati, sangue sugli scudi, accampamenti viola nel blu di veglie notturne.
Si sta bene, qui dentro.
E' tutto familiare, conosciuto: è qui che ricordo il mio nome, è qui che posso svelarlo senza che ciò causi dolore.
Non esco più.
Ripasso i nomi delle mie ossa ad occhi chiusi come una vecchia Ave Maria e sorrido mentalmente: sì, ci sono tutte, proprie tutte.
Alzo il ponte levatoio del mio mondo: è stato imprudente lasciarlo abbassato.
Ma adesso posso aprire gli occhi, perchè sono sicura di quello che vedranno.
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