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venerdì 29 maggio 2015

Dentro

Demoni come anguille, scivolano attraverso l'elettricità di neuroni attorcigliati.
Nella palude nera di un inverno senza fine, le stagioni restano ferme e immobili: anche i sogni sono sempre gli stessi e i tuoi riccioli biondi nemmeno la Morte se li è divorati.
Ho paura dell'estate.
La lascio fuori da questa tana di dolore.
Seppellisco embrioni di pulcini, pensieri mai nati di merli con ali grandi e scure come la notte.

Cosa credevi?
Sei un animale notturno, non c'è scampo. Hai un'eredità pesante, retaggio di chi, per quanto ti ha amato, alla fine ti ha ucciso e fatto a pezzi.


Sometimes fear is the only place that we can call our home



- Dai, vai a fare amicizia.
- No, mamma.
- Ma perchè? Sono bambini come te, hanno la tua età.
- No, mamma. Non mi va. Preferisco giocare da sola.

Braccata da demoni.
Mi stringo nella polvere dei ricordi e osservo il giallo del sole che si fonde col verde delle foglie. Socchiudo gli occhi e, come sempre, aspetto il tramonto e la grande madre luna, incapace di risposte e dolori.






giovedì 11 dicembre 2014

Blu




- Allora, che colore vuoi?
- Blu. Voglio quello blu.
- Tieni, legalo al polso altrimenti vola via.

No, non lo legherò al polso. Papà non sa che non lo farò volare via.
Cinque anni, capelli ramati, frangetta spettinata sulla fronte bianca.
Un parco, quello delle Cascine a Firenze, una girandola sulla bicicletta e un palloncino blu in mano.
Ti chiamerò Blu, sarai il mio gabbiano.

Blu vola tra le mie mani, solca le nubi senza paura.
Poi, un giorno, mi aggrappo alla cordicella e mi solleva tra i venti.
Blu, piano, ho paura, soffro di vertigini. E se ti buchi e scoppi?
Ma Blu non mi sente, e si alza sempre di più.

Finchè, un giorno, Blu diventa un gabbiano vero.
E' bellissimo, con le piume candide e le ali grigie. Non ne avevo mai visto uno così da vicino. Lo lascio volare e taglio la cordicella.
Blu è felice, vola in alto.
Lo vedo congiungersi nel sole con la sua compagna.
Hanno un grande nido sul solaio di un palazzo, inacessibile, inviolato, sicuro.
Sono felice per Blu e vorrei dirlo al mondo intero, ma nessuno crederebbe alla storia di un palloncino che si trasforma in un gabbiano, così me lo tengo per me.

Mi sveglio sorridendo, serena per aver respirato un po' di ossigeno e aria di mare insieme a Blu e a quella bambina che ero.
Poi, di nuovo la notte.

martedì 25 novembre 2014

The name of the rose

Dolore frontale pulsa compulsivo con prepotenza dittatoriale.
Bandiera bianca, un Moment e scivolo nel sonno.
Scendo le scale di pietra polverose. Buio e umidità sono i sovrani e penetrano imperiosi nelle ossa.
Una cripta, o forse una cella monacale poco illuminata mi si para alla fine delle scale.
Sussurri ascetici, tuniche nere disposte in circolo: il mio occhio vola sulle teste velate e scopre un piccolo letto drappeggiato di nero. Un monaco vi dorme, la pelle sottile solcata dalle rughe è un mare disteso e rassegnato al riposo eterno. 
Preghiere, incenso nell'aria e la Morte accarezza la Vita poggiandole un dito sulle labbra.
Una vecchia suora mi guarda, sfoggiandomi un sorriso isterico e insensato: ha un naso ricurvo, labbra sottili come sentieri imprecisi di terre nordiche e occhi sporgenti, languenti e lucidi, velati da una vecchiaia di demenza e verità schietta.
Mi parla piano e con voce trasognata chiede di sciogliermi i capelli.
Sgrano gli occhi, ma accolgo quella proposta priva di logica con obbedienza automatica: mi sfilo l'elastico e li lascio cadere sulle spalle e la schiena.
Quand'ecco che il monaco lascia scivolare la testa oltre il cuscino e, ripiegando il collo in modo innaturale, spalanca gli occhi azzurri di colpo. 
Si alza dal torpore dell'agonia come se si fosse ripreso da un dormiveglia pomeridiano.
Lo fisso, ha lo stesso volto della vecchia suora alienata di prima: orbite vuote ma cariche di assennatezza irreale mi scrutano il fondo degli occhi per dirmi: "Ero io la Morte. Ma ho deciso di svegliarmi".
E, allungando la gracile mano bianca verso di me, sorride con serafico e lunare appagamento.




giovedì 20 novembre 2014

Snake dreams



Tre serpenti spuntano dalle trame di una catasta di tappeti persiani.
Il primo scivola via veloce, strisciando a zig zag. 
Il secondo, enorme, giallo, scaglie lucide punteggiate di nero, apre le fauci come un mostro marino e risucchia il corpo snello del terzo, il più piccolo dei tre. 
Ne resta parte della coda fuori dalla bocca, a contorcersi e acquietarsi sotto i colpi della falce silenziosa dell'agonia.
Dolore animale.
Dolore universale.
Dolore molecolare.
Mi sveglio.
Atlante regge il mondo là fuori, sotto i caotici rombi da guerra.
Il carro del sole è già alto, ma i tre serpenti s'avvinghiano alla mia corteccia cerebrale e la stringono, causandone un'emorragia. 
Poi allentano la stretta, e la luce dalla finestra riscalda l'aria e i pensieri. 
Ma loro, là dentro, strisciano, scivolano come gocce di pioggia sui vetri della memoria e riprendono a stringere.
Notte. Birra rossa. Egotismo. Me lo ripeto a mente, mentre il serpente giallo lecca le mie sinapsi.

Slow down and I sail on the river
Slow down and I walk to the hill


Ringhio, il serpente giallo striscia lontano e mi lascia chiudere gli occhi.
Le pupille si sposano al buio della camera.
Il sangue fluisce lento e la luna si alza nel cielo freddo di novembre.

mercoledì 12 marzo 2014

Seconda Navigazione

Se mi venisse concesso il tempo per una seconda navigazione, seguirei lo scirocco dolce per tutta la vita.
Di notte dormirei su isole azzurre e bianche di conchiglie, fuggirei dai pescherecci sul dorso di delfini argentati, imparerei cose da chi ne sa più di me con l'animo puro e limpido di un cucciolo d'uomo.
Ma il tempo grigio e funereo dei modern times è imprenditore di se stesso e ci spinge in borsa con gomitate d'odio feroce, una camicia bianca da cambiare ogni mattina e mali covati dentro come tumori irreparabili, come caffè freddi amari sui banconi di bar alle nove di sera
e tramezzini ammuffiti sotto i vetri del bancone,
e un feto nel grembo sterile di casualità frenetiche,
nato abbastanza prematuro con polmoni inermi ed insensibili all'aria.
Ma tu che mi spingi per mare, ai venti ed alle acque di una seconda navigazione,
credi davvero che possa navigare anche per te?
Mi piace pensare che credi sia così e t'assecondo,
piegando la testa due volte: come un undici.
Un numero doppio di se stesso, gemello e fratello,
che non è solo, mai.
Undici febbraio.
Come le stelle doppie della costellazione del Delfino,
a cui, forse, tu sei vicino.



mercoledì 19 dicembre 2012

The dark side of the EARTH (Perchè ogni fine del mondo è sempre poetica)

Sabbia.
Terra d'argento e bianca scivola sotto i miei piedi.
Sono atterrata su queste rocce di cristallo, tra monti di creste grigie che si confondono con le stelle del grande cielo nero.
Qui è sempre notte. Una lunga notte senza confini, che si specchia nel suolo di latte. Cerco la luna, ma non c'è. A volte però, riesco a vedere il sole che tramonta, ed è bello come l'altro pianeta azzurro che emerge dalle ombre. Non so come si chiami, ma è luminoso e dolce come la luce bianca che emanano questi piccoli sassolini scintillanti. Il pianeta azzurro è la mia luna nel cielo: maestoso tra le stelle, immobile, muto, nascosto tra le pieghe della notte come un gioiello turchese tra i capelli della grande Dea Madre. L'altra metà sospesa nell'abisso si nutre della tenebra profonda, da qui è facile vederlo: da qui si vede ogni cosa con occhio puro e lucente, le danze dei pianeti, i giri delle comete, un universo intero che ormai mi fa da tetto.
Chissà chi popola quel pianeta, quali esseri, angeli o mostri...o se è semplicemente deserto come questo, perlaceo e silenzioso che però ha nome delicato e musicale come nessun altro corpo celeste.
Questa è la mia terra. L'altro, lontano, che dorme circondato dalla luce è la mia luna. 
Un giorno saprò, forse, cosa c'è dietro quella parte oscura e nascosta, che conserva nell'ombra e mai mostra, come perla incastonata nell'anello del cielo pronta comunque a risplendere nella notte, qualsiasi cosa succeda negli antri bui  e sterminati di queste galassie infinite.



domenica 4 novembre 2012

Respiri

Notti di profumi d'oriente
su una coperta stesa a terra
un gattino addormentato
e nuvole e stelle alla finestra.

Freddo secco di novembre
eppure noi siamo nel deserto rosso
a contare le dune e i granelli
della sabbia spessa e densa.

Narghilè e vino rosso
i colori, i sapori alla vodka
riscaldano la sera piovosa
riempiono l'aria fumosa.

Il gattino si sveglia e guarda
la sua strana famiglia
che sognante riposa
sulla grande coperta volante.

Entra lesto anche il cane
ma prima che venga l'aurora
la notte copre gli occhi ormai stanchi
e culla i respiri di umani e animali.


domenica 7 ottobre 2012

Postilla

Sono felice di comunicare che ho scritto il mio primo racconto, il cui intreccio è nato da un sogno fatto meno di cinque giorni fa.
In due giorni e mezzo, per dodici ore filate, m'è stato impossibile quasi scollarmi dalla sedia e dal PC. 
Sono davvero soddisfatta e spero di essermi finalmente sbloccata!
E' un sensazione bellissima e nuova, sono la divinità-creatrice di un piccolo universo abitato da esseri plasmati da me, che abbevero di parole ed emozioni venendo a mia volta nutrita dalle loro stesse trepidazioni e turbamenti. E' un rapporto di simbiosi, in delicato equilibrio che cresce riga dopo riga. E' magico.


domenica 23 settembre 2012

Buonanotte autunnale

Buonanotte autunnale
con le stelle come foglie
dorate e rosse tra i rami scuri del cielo.
E noi sulla luna di sabbia
come gatti sul tetto del mondo
a guardare la terra che dorme
a guardare la città che si spegne
nelle ombre profonde delle case.
Buonanotte autunnale
dentro i covi e le tane
nei silenzi, gli sguardi, gli umori,
i tepori che diventano ali
che avvolgono i sogni notturni
che baciano gli occhi e le mani.
E noi sulla luna di sabbia
a guardare la piccola alba
a guardare l'aurora dorata
che scioglie con miele viola
il blu fitto della notte
che sbiadisce e scolora
e prepara il nido al sole.

sabato 15 settembre 2012

Rame e cioccolato


E poi, come sempre, ritrovo il mio giaciglio tra il rame e il cioccolato.
In piccole ore scandite da lunghi respiri.
Bicchieri di vino rosso e luci soffuse.
Parole impegnate, parole diverse, parole nuove, mai le stesse.
Sorrisi svelati e mai trattenuti.
E fuori che c'è?
La pioggia, il sole o la nebbia non entrano mai dalla finestra.
Ci guardano da fuori senza disturbare,
ai margini di foglie ramate e marroni e bacche dorate.
Due per gli occhi il resto nei capelli.
Di rame e cioccolato.

mercoledì 25 aprile 2012

Gira la luna ancora

Gira la luna feconda
di stelle e pianeti viola,
nel buio del cielo affonda
ogni mese, pesante e sola.

Tesso, aspetto e guardo
l'oro in fondo ai tuoi occhi,
qui mi fermo sul bordo
dei laghi verdi di echi

dolci, vicini e lontani
li ascolto e mi avvolgo
in quei silenzi castani
di fiori verdi che raccolgo

e con me di notte porto
per stringerli ancora
nell'incubo deserto
che di flora rinfiora.

Gira la luna ancora
vorrei dormire nei laghi
dove il verde riaffiora
in piccoli arcipelaghi

di isole di roccia rosate
in cui portarti finalmente
tra barche addormentate
di acqua azzurra lucente.

mercoledì 11 aprile 2012

Nei nodi stretti dei ricordi

Vorrei dare un nome a tutto questo, quando a volte l'unico modo per sciogliere i nodi in gola sembra essere soltanto scrivere e scrivere, fissare le parole affinchè facciano da àncora e mi distraggano dal pensare ossessivamente, senza una meta.
Mi sono segnata a quel Forum più che per fare due o tre schiamazzi privi di senso che per altro...invece vorrei raccontare a tutti di te, sminuire fino allo sfinimento i " problemi " degli altri di fronte al tuo...ma chi sono io per farlo, io che predico sempre bene ma razzolo male?
Io che resto intrappolata nelle mie ombre mentali, io che mi faccio fustigare dai miei errori...e ti perdo, a volte non ti sento più dentro di me, a volte non mi sembra nemmeno di averti conosciuto, di averti visto crescere, di aver " litigato " e fatto mille casini con te...ma soprattutto, di averti abbracciato.
Ecco, ecco...ecco che ho sognato stanotte: insieme al sogno brutto del pestaggio, c'era anche un momento stupendo in cui, non so nè perchè nè per come, arrivavi all'improvviso come un raggio di luna che filtra dalle nuvole e mi abbracciavi forte.
Io mi ti buttavo proprio al collo in verità...e restavamo così
per un po', io nascondevo il viso nei tuoi capelli e tu mi stringevi. Non abbiamo parlato, siamo rimasti zitti per tutto il breve tempo.
E poi basta, ho sepolto il sogno sotto l'incubo (come forse faccio anche nella realtà) e mi sono svegliata angosciata e triste.
Non ho quasi studiato, non mi va davvero più, sto leggermente detestando tutto questo...fuori pioveva e mi sono lasciata trasportare dal freddo innaturale.
Però adesso, l'aver ricordato il nostro incontro mi fa sentire meglio.
Ma perchè sei morto?
Perchè? Perchè? Perchè?
Sei ancora così bello?
Perchè nessuno capisce che soltanto il fatto di essere vivi, conta come la cosa più preziosa che si ha?
Che bello il tuo abbraccio...

-->(Sembriamo noi da piccoli.)

mercoledì 4 aprile 2012

Il ritorno di Giuseppe


Ogni volta che s'avvicina Pasqua o Natale, mi gira di sentirmi tutta La Buona Novella, entrando così più che nel mistero divino, nel fitto di quello umano.
Comunque, fermo restando che ogni canzone di quell'album è un piccolo prodigio a sè nel senso pieno del termine, trovo sconvolgente la perfezione metrica, stilistica e retorica de Il ritorno di Giuseppe: preciso che la mia preferita è senza dubbio Il sogno di Maria che segue subito dopo, ma è ampia, ariosa, lascia spazio ad immagini, luci e colori che ognuno può fabbricarsi nella propria testa.
Il sogno di Giuseppe è incredibilmente pura e perfetta nella sua oggettività: le visioni sgorgano subito dalle parole che s'incastrano come in un domino poetico e la rima di ogni strofa, del secondo e quarto verso pare che faccia tendere verso l'assonanza anche il primo ed il terzo.
Questa canzone è una perla rinascimentale, pulita, fine e rotonda:

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Il delicato paesaggio serale, introduce la vicenda: Giuseppe sta tornando in Galilea verso casa, accompagnato dalle prime stelle, uniche luci nel deserto, ma perfettamente chiare e visibili tanto da fare le veci di piccole lucerne. La notte scende nel deserto, e Giuseppe si affida alla luce delle stelle. Penso che non ci sia niente di più poetico.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ed ecco che dal paesaggio mediorientale, l'attenzione si sposta sull'immancabile ed infaticabile compagno di viaggio dell'umile falegname, l'asinello grigio che anche nei Vangeli ufficiali occupa spazio: il mite animale dai passi uguali connota la monotonia del lungo viaggio verso casa, sempre uguale a se stesso se non fosse scandito dalla danza del giorno e della notte. Giuseppe è come il suo asinello, instancabile, tenace, umile ed i loro passi che scivolano tra le dune di sabbia, vanno all'unisono per ritmo e cadenza.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Ed anche il deserto entra nella prospettiva del falegname, forse frutto di un pensare troppo macchinoso e monotono: la sabbia è una distesa di segatura, come fosse legno tagliato finemente dall'azione lenta della Natura-Falegname. E i pensieri s'intrecciano e s'incastrano al limite del sogno, come talvolta accade durante i lunghi viaggi.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Chi sono gli uomini della sabbia? Forse i nomadi del deserto, i Tuareg, che nella notte si spostano silenziosi rinchiusi nella vastità di uno spazio che sembra infinito? E nella notte si sa, ogni forma o profilo muta e diviene orrenda ed inquietante.

Odore di Gerusalemme,

la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata del legno:
"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

L'odore della città, ormai vicina, interrompe la monotonia lacerante del cammino: ecco l'odore di casa, di famiglia e della donna amata, che più che una donna è ancora una bambina. Infatti Giuseppe reca con sè una bambola di legno da donare alla sposa-bambina, lasciandole ancora il tempo del gioco prima dei doveri matrimoniali: Maria è fortemente rispettata da Giuseppe, che ne preserva l'innocenza e la spontaneità, come farebbe con una figlia.

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implorato.

Dal pensiero si passa subito all'azione: ecco Maria che si getta al collo dello sposo con un salto, volando quasi come una rondine, ed è delicatissima la metafora che ne segue, che sottolinea la giovinezza e la freschezza della piccola sposa. Le dita di lei, sottili e come lacrime perchè si muovono dal ciglio al collo, in una lunga carezza, vogliono quasi indicare allo sposo, la pietosa richiesta del calore di un sorriso, un affetto implorato dal marito-genitore di cui ha bisogno la bambina per crescere e che volendo, può anticipare i motivi principali della strofa successiva.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

Magistrale descrizione di alta poesia, per indicare sottilmente, alludere quasi, all'evento delicato della gravidanza. Giuseppe si stupisce e sgrana evidentemente gli occhi, (lo stupore sale dalle mani negli occhi perchè ha toccato con mano, in modo sensoriale e veritiero, non c'è dunque alcuna possibilità di errore o equivoco) quando facendo scivolare le mani dalle piccole spalle di Maria, arriva a cingerne i fianchi arrotondati dalla gravidanza, che conferiscono al ventre di donna una forma precisa, tonda, inconfondibile.
I fianchi prosperosi, che colmano le mani del falegname, sono dunque il marchio del segreto svelato, del mistero risolto e forse anche di quell'affetto implorato nella precedente strofa: Maria è incinta. Pochi versi in una lunga perifrasi che accolgono, proteggono e non svelano, l'intimità dell'evento.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

Gli ultimi versi sono per Giuseppe, l'uomo non partecipe ancora del mistero divino, incredulo, confuso e smarrito: egli sonda l'espressione della sposa che di colpo non è più bambina, cercando traccia di una qualche bugia o inganno. Invece, soavemente come quel volo di rondine tra le sue braccia, Maria comincia a raccontare il sogno che racchiude la visita dell'angelo e la conseguente annunciazione.
E qui il pezzo si chiude, piano come un sipario che si abbassa, allacciandosi subito a Il sogno di Maria.

sabato 31 marzo 2012

On the road


Non sono una filoamericana, anzi.

Mio padre nacque a Derby, nel Connecticut e ho sempre sentito parlare degli Stati Uniti in toni entusiastici, indorati da quella filosofia insita nei figli di generazioni di emigranti cullati dal Sogno Americano. Ma se avessi un surplus di denaro (ah-ah-ah-ah!) morirei dalla voglia di farmi un Coast to Coast, lungo, ampio, morbido, un New York - San Francisco (o Los Angeles) che non tocchi gli aspetti banali delle due città ma le ponga solo come estremi di una meta: quello che m'interessa sta nel mezzo.
Le riserve indiane, le stradone polverose color rame, le piane desertiche di miglia perse nel niente, i motel da due soldi con le scritte acide al neon...per non parlare delle città capitali della musica. Niente Tiffany e Hollywood & Co., ma rocce rosse e spazi immensi, pensati in grande per una terra enorme che ha generato mentalità adatte a quel tipo di ambiente con grattacieli slanciati nel vuoto del blu, fino a portare gli uomini sulla luna, in senso reale e fittizio, cinematografico.
Invece noi piccoli europei, vecchi e malinconici, ripiegati su noi stessi, sui nostri piccoli mari, nelle piazzette di marmo tra gli angoli di un bar, con sogni intessuti da ragni fatti per pensare e meditare sulle fluidità di una Venezia, una Trieste un po' asburgica, una Roma ancora gladiatrice. Siamo e saremo per sempre i vecchi nonni della giovane America adolescente, che chissà se ricorda di aver da qualche parte dormito i primi sonni ed imparato a lasciare andar via i primi lunghi ed ampli respiri, nella piccola e tarlata culla europea di preziose coperte barocche.
Resta il fatto che io un Coast to Coast prima di morire me lo farei.

lunedì 12 marzo 2012

Free Spirit Spheres: le fate hanno una casa


Ok, non sono una di quelle tipe da Valle Giulia fissate con queste robe ipermoderne, ergonomiche, dinamiche, ecosostenibili (cioè sì, è una bella cosa ma..."avecce li sordi"!!) e bla, bla, bla...anzi il mio concetto di "casa" è molto spartano anche esteticamente. Insomma, non mi piacciono quelle case essenziali ma chic che sembrano shuttle della NASA...ma queste sferette, dico, le avete viste?
Può un uomo occidentale vivere oltre 100 anni senza essere un guru indiano?
Sì, dentro una casa così sono convinta che diventi Matusalemme.
Zero caos, zero stress, pura vita animale, bioritmo purificato, riflessi vivificati, "il massimo dal minimo indispensabile" (...direbbero i Litfiba).
Un nido da merlo che oscilla al vento ma non cade, un bozzolo di farfalla che protegge dalla neve...dentro un posto così, nel folto delle foreste canadesi, puoi davvero credere alle fate e agli gnomi, nelle sere d'estate aprire la finestra e guardare il bosco che dorme ma sussurra, magari sorseggiando una tisana, dedicarti all'Arte nel senso pieno del termine, disegnare, suonare, scrivere e leggere.
Unica pecca: per me, mediterranea doc., è "vitale" non allontanarsi troppo dal mare, non l'oceano, il mare caldo Mediterraneo, fecondo ancora di miti e segreti. L'ideale sarebbe una piccola sfera di legno in un bosco fresco di pini e qualche leccio, che profuma di mirto e rosmarino...forse gli alberi non saranno imponenti come quelli delle acquose foreste americane, ma qui puoi scendere dalla tua casa e andare in cerca di ginestre, muovendoti come una lucertola che rincorre il sole e respirando l'odore del mare antico.
Una vita così, e non si muore prima dei 100 anni! Peccato aprire gli occhi fin da subito, ed evitare frustranti ed inutili voli pindarici
.

lunedì 6 febbraio 2012

Alla neve


La cosa più bella è la luce bianca che sembra irradiare purezza attraverso il vetro trasparente.
Luce, freddo e silenzio, ombre chiare ed inconsistenti seminate per la campagna immobile sotto il candido manto di neve.
Merli, merli neri dal becco arancione vivissimo che s'appoggiano finemente sul bianco assoluto, lasciando sottili segni con le loro zampe, pronti a diventare subito vento.
Tutto è un unico pezzo gelato, mondo come Uovo Primordiale, solido e ghiacciato di vita non schiusa, ancora non pensato nè creato, ancora addormentato ed avvolto da membrane innevate.
E quando arriva la luna, spunta bianca come la neve, si specchiano tutt'e due l'una nell'altra, sembrano riconoscersi e salutarsi.
Che la luna sia nata dunque dalla neve?
Non c'è colore oltre all'azzurro della notte invernale, tutto è fermo e compatto come la tonda, fissa, immobile luna.
E per un attimo, niente sembra mortale.

La luna del ghiaccio
la luna dei fantasmi
(...)
E la pioggia goccia
consuma la roccia
così, notte dopo notte
le Dodici Lune.

(A. Branduardi)


sabato 22 ottobre 2011

Aracne

Nella mitologia greca, quando in una storia succedono cose particolarmente avventurose o tristi ai protagonisti, alla fine come per ricompensa, gli dei si impietosiscono e trasformano sempre i personaggi in cose bellissime...costellazioni, rupi, alberi, delfini o uccelli.

Ed è così che gli amanti, le madri, le spose, restano uniti per sempre.

A volte vorrei che gli dei trasformassero anche me.

Una costellazione sarebbe troppo, non pretendo tanto...mi basterebbe anche un ragno, come Aracne.

Perchè sono più ragno che stella.

Entrerei non veduto, tra le mura della tua casa, dormirei nelle tue tasche.

Filerei una piccola ragnatela, sottile ma resistente, che scintilla nei giorni di pioggia.

Grande abbastanza da ospitare anche te, nel caso chiedessi agli dei di diventare un ragno come me. Potremmo nasconderci tra le piaghe rugose della corteccia di un ulivo, quando il vento cambia o la pioggia diventa neve.

Non so quanto vivono i ragni, ma poco importa: a noi, alla fine, sarà sembrata una vita lunghissima e piena, la più bella che potessimo desiderare.

sabato 30 luglio 2011

Infinitamente


Era il tempo dell’Inverno ormai
E Francesco, Perugina lasciò
Con Leone camminava
Ed un vento freddo li gelava.
E Francesco nel silenzio
Alle spalle di Leone chiamò:
“Può essere santa la tua vita,
sappi che non è letizia,
puoi sanare i ciechi e cacciare i demoni
dare vita ai morti e parole ai muti,
puoi sapere il corso delle stelle,
sappi che non è letizia.
Quando a Santa Maria si arriverà
E la porta non si aprirà,
tormentati dalla fame,
nella pioggia a bagnarci staremo,
sopportare il male senza mormorare,
con pazienza e gioia saper sopportare.
Aver vinto su te stesso
Sappi, questa è letizia.


(A. Branduardi)

E' veramente una cosa difficilissima, questa.
E' qualcosa come trovare la forza nella debolezza propria di ogni animo umano, credo. E' qualcosa come trasformarsi in albero. Ascolto questa canzone come fosse un nonno a dirmi queste parole. Non ho mai avuto un nonno. Niente di così saggio mi è mai stato detto. Branduardi ricalca a perfezione la voce fuori campo di narratore medievale e quella di Francesco D'Assisi, così che spesso le due coincidono in una sorta di training mentale, fino al tripudio delle campane di Santa Maria. Aver vinto su te stesso, dice alla fine. Imparare a diventare levigati come un piccolo sasso che giace sui fondali marini, di quelli così puri e tondi che sembrano modellati con acqua e farina. Invece erano pieni di asperità ed irregolarità, screziati da colori impastati di sabbia ed alghe, e i pesci non vi nuotavano intorno. Eppure non è successo nulla che turbasse il loro equilibrio, sono sempre stati parte dell'ecosistema marino, nessuna finzione è intervenuta a risanare la loro tenue fisicità. Sono rimasti, umilmente, dei piccoli sassi da fondale. Hanno lasciato che l'acqua del tempo li pulisse e levigasse, hanno accettato le tempeste ed i maremoti, non passivamente, ma con la consapevolezza di far parte di un sistema di vita preciso. Perchè non è vero che i sassi sono duri e la roccia non cede. Anche il vento cinge i fianchi delle montagne. Perchè tutto è parte di un delicato equilibrio cosmico, dove ogni cosa è intrecciata all'altra e non esistono sistemi chiusi a sè, anche i sassi (per eccellenza quanto di più immobile e non-vitale esista) vengono coinvolti nei processi naturali, così come i ghiacci ed ogni altra cosa organica ed inorganica. Come in un immenso nodo celtico, di quelli tutti intrecciati e labirintici.

'Cause I believe there's the place
there's a place where we belong.

(Don't give up).

giovedì 28 luglio 2011

Tende di mare




Notti blu oltremare di vento che sferza teli stesi e tirati da tende aggrappate alla terra.
Notti fresche e spruzzate d'acqua salata e dolce, nera e turbinosa, mossa da mille mani di ninfe oceanine, e cavalli d'argento e carri di sassi, sabbia e conchiglie.
Notti di stelle appoggiate sulla linea del mare, calde di vino e di favole, e di ore mai contate.
Notti tra il verde dorato, il bronzo e l'ambrato, di mani intrecciate e strette come le corde di barche ormeggiate.
Notti preludio di vita pacifica come l'azzurro marino e le onde violette del giorno di sole e nuvole seguente, a tratti ventoso, sempre sicuro nel porto calmo di quiete, fitta ombra delle ciglia dei tuoi occhi, mare di verde tramonto, sera scura di onde e capelli.

lunedì 20 giugno 2011

Gold


Passeggiata serale con Sara, docile labrador dei vicini.
Lei mi scivola silenziosa accanto, misura i passi col suono cadenzato del respiro.
Non fa domande, non sa dove la porto, ma si affida senza strattonare neanche una volta il guinzaglio.
Il tono ambrato del suo mantello si mescola col sole dorato che sta tramontando, con l'erba rossa di un campo abbandonato dall'ombra al margine della strada e con il belato lontanissimo di un gregge di pecore a valle.
Un'automobile mi sfreccia vicina.
Chi la guida, un uomo sulla trentina, avrà fretta di tornare a casa. In fondo sono le otto, avrà una moglie o una compagna che starà preparando la cena. Magari dei figli piccoli.
M'immagino la scena di quiete familiare, malinconicamente.
L'auto grigia sparisce in fondo alla discesa, e mi sembra una piccola formica che rientra al formicaio.
Perchè quello che è così facile e naturale, oggi ce l'hanno reso difficile?
Guardo Sara, forse in attesa di una risposta, ma lei è impegnata ad annusare l'erba qua e là.
D'un tratto la luce diventa liquida nei miei occhi, il giallo dorato cede il posto ad un mare bianco e trasparente.
Richiamo Sara e le riaggancio il guinzaglio.
I suoi occhi marroni incontrano i miei.
Mi appoggio al suo sguardo per un po' e poi torniamo a casa.