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martedì 25 novembre 2014

Ananke


Cloto, Lachesi e Atropo.
Un destino ineluttabile, già filato, già teso, già segnato, in un punto preciso, dalla lama della forbice.
Gli eventi si inchinano alle mie previsioni, come se fossi una quarta Moira.
Spezzo il collo ai miei demoni in un bagno d'odio e di sangue, ma essi, come idra potenti si rigenerano: le teste da serpente, le fauci grondanti densi umori nerastri.
Questo è il mio Universo, qui non entra nessuno.
Finalmente, capisco.
Finalmente la vividezza dei sogni notturni illumina la verità.
La annuso, ne sento l'odore acre, so che è vicina anche se non riesco a vederla.
ANANKE.
Anche gli dei s'inchinano ad essa.
La madre delle Moire.
L'inalterabilità del fato, la forza, la necessità delle leggi della natura.
Il ferrettiano "Ciò che deve accadere, accade" mi si para davanti con tutta la sua orrorifica possente presenza.
Respiro il tremore che emana Ananke, chino la testa e obbedisco, assecondando un disperato magnetismo che, finalmente, mi rende padrona di me stessa.

giovedì 20 novembre 2014

Snake dreams



Tre serpenti spuntano dalle trame di una catasta di tappeti persiani.
Il primo scivola via veloce, strisciando a zig zag. 
Il secondo, enorme, giallo, scaglie lucide punteggiate di nero, apre le fauci come un mostro marino e risucchia il corpo snello del terzo, il più piccolo dei tre. 
Ne resta parte della coda fuori dalla bocca, a contorcersi e acquietarsi sotto i colpi della falce silenziosa dell'agonia.
Dolore animale.
Dolore universale.
Dolore molecolare.
Mi sveglio.
Atlante regge il mondo là fuori, sotto i caotici rombi da guerra.
Il carro del sole è già alto, ma i tre serpenti s'avvinghiano alla mia corteccia cerebrale e la stringono, causandone un'emorragia. 
Poi allentano la stretta, e la luce dalla finestra riscalda l'aria e i pensieri. 
Ma loro, là dentro, strisciano, scivolano come gocce di pioggia sui vetri della memoria e riprendono a stringere.
Notte. Birra rossa. Egotismo. Me lo ripeto a mente, mentre il serpente giallo lecca le mie sinapsi.

Slow down and I sail on the river
Slow down and I walk to the hill


Ringhio, il serpente giallo striscia lontano e mi lascia chiudere gli occhi.
Le pupille si sposano al buio della camera.
Il sangue fluisce lento e la luna si alza nel cielo freddo di novembre.

martedì 22 ottobre 2013

Compensazioni

Madre Natura cammina con passi di foglia, Padre Tempo le accarezza i capelli d'acqua e bacia i suoi occhi di stelle. Prendono i loro figli di tanto in tanto, li addormentano in sonni eterni e li abbandonano ai flutti di mari desolati. Ma c'è una logica, c'è sempre una logica: è la legge della compensazione, è un cerchio perfetto che dà e toglie nello stesso istante, è un'aurora rosata che immerge il mondo nella luce dell'alba e lo riconsegna al blu della notte subito dopo.
Sono passati anni e non sei arrivato. E adesso che quel piccolo, perfetto, regolare cerchio stava per chiudersi, hai immediatamente preso ed occupato quel posto vuoto.
La vita si annida là dove c'è la morte. Sempre e comunque.
Un'ombra, un'assenza, un dolore, uno strazio, un mare di agonia e lacrime. E adesso, l'aria di novità, la speranza, l'attesa.
E se... fossi tu? E se fossi davvero tu, che torni alle coste di roccia come Ulisse dopo i lunghi viaggi immortali? 
Se nei tuoi piccoli occhi, scorgerò gli stessi laghi azzurri, forse sarai davvero tu.
O un po' tu, dello stesso sangue, con la stessa carne, ora fatta di polvere bianca e falene d'ossa, gli stessi capelli d'oro, ora sparsi nello scrigno di qualche dio geloso, la stessa fronte rosa ed il viso ovale, il sorriso gioioso, tra perle di dee e le mani grandi che tenevano il pallone, accordi di chitarra o bacchette di legno chiaro, a reggere pianeti o galassie, indicare le vie delle stelle... o neri coni d'ombra, vuote coppe di marmo, lenta costanza del tempo, nuda tristezza dell'inattuabile essenza di quel profumo d'immortalità... che non ci appartiene.

sabato 12 ottobre 2013

Sub - Stantia



Liquidità opache, filamenti di alghe e densità da capire.
Densa sostanza, sub-stantia, sta sotto, ma che c'è sotto?
Immobilità cerebrali come un letto di sabbia, come la melma di un fiume.
Sopra, passano piano le barche, nuotano pesci che si ritrovano alla foce col profumo salato.
Sotto, c'è la sostanza che non so cosa conserva, ma se ci metto il piede non mi muovo più.
L'acqua modella, si gira in anelli si spuma,
spirali trasparenti e percepibili
la sostanza sta sotto, nascosta
avvinghia in stagioni e sonni perpetui
non mi sveglio più
non mi sveglio più.
 

martedì 11 settembre 2012

Undici_Nove_Duemiladieci

" E' andata così, è andata. Non fa niente, non ti preoccupare. E' andata così ".

Questo numero doppio a due linee verticali torna sempre a settembre. Due trattini paralleli come una porta chiusa, dei binari di una stazione senza fermate, un'urna per le ossa.
No, torna anche a ottobre, novembre, dicembre, ogni mese dell'anno lo porta con sè. Solo che a settembre fa più male.
Una piccola data che prima mi ricordava le Torri Gemelle, adesso cose ben più grandi, tragedie private che non si possono neanche immaginare.
Undici e undici, ventidue. La numerologia non sbaglia.
Ventidue. Io, ventiquattro e mezzo. Sono già più grande di te, cazzo. 
Undici anche come due bacchette allineate: suona pure. Ma il ritmo non va più con quello del cuore, perchè non batte più.

La macchina è spenta, un infermiere con gli occhiali ha detto che era meglio così.
Senza un cuore che batte come si può continuare a suonare?


lunedì 2 luglio 2012

Echoes

Notte di luglio.
Luna luminosa e gravida nel cielo scuro, perla immobile, lucente e preziosa guardiana di leggeri pipistrelli e piccole falene. Tuttavia bassa, madonna bianca al centro dei pini alti e scuri. 
Voci e chiacchiericci in lontananza, cene sui balconi, passeggiate col cane: è l'estate che fa gli uomini leggeri e silenziosi, creature da bivacco o da mistiche riflessioni solitarie sui cieli stellati.
Io sto ascoltando i Pink Floyd da un'ora, a tutto volume con la finestra aperta.
Ora vago per pianeti isolati, ora nuoto in cieli rotanti, ora m'infilo in crepe dei muri e sparisco tra la calce, riemergo e mi trovo al centro di un qualcosa di indefinito ma totalmente ipnotico, ripetitivo, martellante, che raggiunge l'apice e plana in radure di sabbia dorata, al centro del cuore rosso del sole, in piena solitudine di fuoco, come una voce che si scioglie nel nero della notte, di fronte al Grande Carro di puntini lontanissimi, di quelli che socchiudi gli occhi per vederli emergere dal mare nero della notte.
Ma ci sono, comunque ci sono, stelle da millenni disposte in quel modo per cullare le nostre sere di luglio, troppo accaldate per morire tra le lenzuola di un letto.
E non ho paura. Sono invincibile.
Ora, io sono eterna.


mercoledì 4 aprile 2012

Il ritorno di Giuseppe


Ogni volta che s'avvicina Pasqua o Natale, mi gira di sentirmi tutta La Buona Novella, entrando così più che nel mistero divino, nel fitto di quello umano.
Comunque, fermo restando che ogni canzone di quell'album è un piccolo prodigio a sè nel senso pieno del termine, trovo sconvolgente la perfezione metrica, stilistica e retorica de Il ritorno di Giuseppe: preciso che la mia preferita è senza dubbio Il sogno di Maria che segue subito dopo, ma è ampia, ariosa, lascia spazio ad immagini, luci e colori che ognuno può fabbricarsi nella propria testa.
Il sogno di Giuseppe è incredibilmente pura e perfetta nella sua oggettività: le visioni sgorgano subito dalle parole che s'incastrano come in un domino poetico e la rima di ogni strofa, del secondo e quarto verso pare che faccia tendere verso l'assonanza anche il primo ed il terzo.
Questa canzone è una perla rinascimentale, pulita, fine e rotonda:

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Il delicato paesaggio serale, introduce la vicenda: Giuseppe sta tornando in Galilea verso casa, accompagnato dalle prime stelle, uniche luci nel deserto, ma perfettamente chiare e visibili tanto da fare le veci di piccole lucerne. La notte scende nel deserto, e Giuseppe si affida alla luce delle stelle. Penso che non ci sia niente di più poetico.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ed ecco che dal paesaggio mediorientale, l'attenzione si sposta sull'immancabile ed infaticabile compagno di viaggio dell'umile falegname, l'asinello grigio che anche nei Vangeli ufficiali occupa spazio: il mite animale dai passi uguali connota la monotonia del lungo viaggio verso casa, sempre uguale a se stesso se non fosse scandito dalla danza del giorno e della notte. Giuseppe è come il suo asinello, instancabile, tenace, umile ed i loro passi che scivolano tra le dune di sabbia, vanno all'unisono per ritmo e cadenza.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Ed anche il deserto entra nella prospettiva del falegname, forse frutto di un pensare troppo macchinoso e monotono: la sabbia è una distesa di segatura, come fosse legno tagliato finemente dall'azione lenta della Natura-Falegname. E i pensieri s'intrecciano e s'incastrano al limite del sogno, come talvolta accade durante i lunghi viaggi.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Chi sono gli uomini della sabbia? Forse i nomadi del deserto, i Tuareg, che nella notte si spostano silenziosi rinchiusi nella vastità di uno spazio che sembra infinito? E nella notte si sa, ogni forma o profilo muta e diviene orrenda ed inquietante.

Odore di Gerusalemme,

la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata del legno:
"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

L'odore della città, ormai vicina, interrompe la monotonia lacerante del cammino: ecco l'odore di casa, di famiglia e della donna amata, che più che una donna è ancora una bambina. Infatti Giuseppe reca con sè una bambola di legno da donare alla sposa-bambina, lasciandole ancora il tempo del gioco prima dei doveri matrimoniali: Maria è fortemente rispettata da Giuseppe, che ne preserva l'innocenza e la spontaneità, come farebbe con una figlia.

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implorato.

Dal pensiero si passa subito all'azione: ecco Maria che si getta al collo dello sposo con un salto, volando quasi come una rondine, ed è delicatissima la metafora che ne segue, che sottolinea la giovinezza e la freschezza della piccola sposa. Le dita di lei, sottili e come lacrime perchè si muovono dal ciglio al collo, in una lunga carezza, vogliono quasi indicare allo sposo, la pietosa richiesta del calore di un sorriso, un affetto implorato dal marito-genitore di cui ha bisogno la bambina per crescere e che volendo, può anticipare i motivi principali della strofa successiva.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

Magistrale descrizione di alta poesia, per indicare sottilmente, alludere quasi, all'evento delicato della gravidanza. Giuseppe si stupisce e sgrana evidentemente gli occhi, (lo stupore sale dalle mani negli occhi perchè ha toccato con mano, in modo sensoriale e veritiero, non c'è dunque alcuna possibilità di errore o equivoco) quando facendo scivolare le mani dalle piccole spalle di Maria, arriva a cingerne i fianchi arrotondati dalla gravidanza, che conferiscono al ventre di donna una forma precisa, tonda, inconfondibile.
I fianchi prosperosi, che colmano le mani del falegname, sono dunque il marchio del segreto svelato, del mistero risolto e forse anche di quell'affetto implorato nella precedente strofa: Maria è incinta. Pochi versi in una lunga perifrasi che accolgono, proteggono e non svelano, l'intimità dell'evento.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

Gli ultimi versi sono per Giuseppe, l'uomo non partecipe ancora del mistero divino, incredulo, confuso e smarrito: egli sonda l'espressione della sposa che di colpo non è più bambina, cercando traccia di una qualche bugia o inganno. Invece, soavemente come quel volo di rondine tra le sue braccia, Maria comincia a raccontare il sogno che racchiude la visita dell'angelo e la conseguente annunciazione.
E qui il pezzo si chiude, piano come un sipario che si abbassa, allacciandosi subito a Il sogno di Maria.

lunedì 28 novembre 2011

Itaca

Questo post non pretende di assurgere ad una qualche sacra verità oracolare, nè puro tentativo pseudo-precettistico, anche perchè intorno a tale tematica gireranno sempre come satelliti in perenne attrazione gravitazionale, milioni di tesi, ipotesi, congetture più o meno dottrinali, assilli, crucci ed ispirazioni che contraddistinguono dalla notte dei tempi l'essere umano.
Etimologicamente la parola senso appartiene ad una sfera di significato che coinvolge ciò che si percepisce consapevolmente col proprio corpo, che sia concreto o irrazionale, il senso è il sale quotidiano attraverso cui orientiamo ed indirizziamo scelte, percorsi, decisioni più o meno importanti.
Ed il senso della vita, allora?
Un anno fa, Mario Monicelli si lanciava dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni, ormai malato di cancro in fase terminale, scegliendo così di porre fine alla sua vita a 95 anni d'età.
Il suo corpo, ha sentito consapevolmente di essere da tempo approdato alle rocciose coste della sua Itaca personale ed ha scelto quasi un dolce e goethiano ripiegamento su se stesso e sul significato di una personale ed ultima riflessione sul senso della vita:

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Itaca, K. Kavafis)


Ed è nell'attesa di diventar savi tutti, che dobbiamo disporre del prezioso sale che c'inebri di venti o tempeste, mattini o tramonti, il viaggio verso quella meta silenziosa, che forse nient'altro è che un vissuto a nostra immagine e somiglianza, come un riflesso sfocato ma appagato in un qualsiasi specchio d'acqua. Ultimamente m'incrocio con casi di vite altrui che si àncorano tra gli scogli di acque poco profonde, come deboli navi arenatesi troppo presto a causa di rotte sbagliate o marinai inesperti. Di loro a volte, resta un biglietto o una foto d'infanzia, che cerca di sovrapporsi al fisiologico ed incolmabile vuoto, lo stesso che forse stasera mi spinge a cercare ancora una volta un'appropriata definizione a questo senso che aggioga come buoi ad un aratro, noi esseri umani.


A te, come sempre va il mio pensiero.
Mi manchi tanto.