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giovedì 11 settembre 2014

Quattro

Desiderio infantile di credere che anche tu abbia passato una buona estate.
Non riesco a venirti a salutare dove tutto è fermo e giace sotto la calotta cranica del marmo bianco funereo vessillo di intaccabili realtà.
Abbiamo guardato un tuo video dopocena, 'tanto per'.
Tanto per far finta di niente.
Effettivamente per un po' ci siamo/ci sono riuscita.
Volgo gli occhi castani e pensierosi alla tua foto che ho in camera, li pianto nei tuoi azzurri e spero di trovare quiete alle domande che ho e a cui ancora non so rispondere.
Annaffiati dalla pioggia radioattiva dell'impellenza perdiamo per strada le perle uniche dei ricordi, unici momenti in edizione limitata di liquide gioie.
Come le nuvole quando il sole vi passa attraverso: si piegano, si deformano, si sciolgono e diventano oro colato.

A te, oro colato.


sabato 10 maggio 2014

Silenzi

Sabato sera. Potrei andare avanti con "Irata" e "Cupe vampe" per altre dodici ore.
Pensieri, grovigli, mea culpa, domande, memorie di una condannata a morte scolpite sulla pietra della prigione si affastellano imperiosi nella mia testa, come carte di un mazzo mal mescolato.
Ma non c'è più niente e niente è più importante.
In un altalena di ottimismo, crudezza, malinconia e fiamme arcuate di residui d'odio, attendo calma l'esito finale. Una fine c'è sempre. 
Una fine naturale, biologica, senza troppe pretese razionalistiche o vampe incolori ed oniriche.
Al centro, io.
Dopo, non lo so.

martedì 22 ottobre 2013

Compensazioni

Madre Natura cammina con passi di foglia, Padre Tempo le accarezza i capelli d'acqua e bacia i suoi occhi di stelle. Prendono i loro figli di tanto in tanto, li addormentano in sonni eterni e li abbandonano ai flutti di mari desolati. Ma c'è una logica, c'è sempre una logica: è la legge della compensazione, è un cerchio perfetto che dà e toglie nello stesso istante, è un'aurora rosata che immerge il mondo nella luce dell'alba e lo riconsegna al blu della notte subito dopo.
Sono passati anni e non sei arrivato. E adesso che quel piccolo, perfetto, regolare cerchio stava per chiudersi, hai immediatamente preso ed occupato quel posto vuoto.
La vita si annida là dove c'è la morte. Sempre e comunque.
Un'ombra, un'assenza, un dolore, uno strazio, un mare di agonia e lacrime. E adesso, l'aria di novità, la speranza, l'attesa.
E se... fossi tu? E se fossi davvero tu, che torni alle coste di roccia come Ulisse dopo i lunghi viaggi immortali? 
Se nei tuoi piccoli occhi, scorgerò gli stessi laghi azzurri, forse sarai davvero tu.
O un po' tu, dello stesso sangue, con la stessa carne, ora fatta di polvere bianca e falene d'ossa, gli stessi capelli d'oro, ora sparsi nello scrigno di qualche dio geloso, la stessa fronte rosa ed il viso ovale, il sorriso gioioso, tra perle di dee e le mani grandi che tenevano il pallone, accordi di chitarra o bacchette di legno chiaro, a reggere pianeti o galassie, indicare le vie delle stelle... o neri coni d'ombra, vuote coppe di marmo, lenta costanza del tempo, nuda tristezza dell'inattuabile essenza di quel profumo d'immortalità... che non ci appartiene.

mercoledì 11 settembre 2013

Tre (2010 - 2013)

Quando si dice, a volte, che dalle Parti s'impara il Tutto.
Per te, ho universalizzato il concetto di morte,
ho aspettato che il dolore scendesse dal cielo come 
la costante, debole, innocua, abituale pioggia irlandese.
Nei miei viaggi di ritorno, ho trovato il modo
per raccontartelo, imparando dai ragni che tessono tele
pallide, stagnanti  ma intricate, che contrastano col pulviscolo mattutino.
Ho aspettato che la voragine mi risputasse dall'inferno,
ho remato contro concetti precostituiti,
ho cercato di capire fin dove potevo ricordarmi di te,
chè i ricordi erano pochi e diventavano vaghi, 
cazzo, diventano ombre.
Ma non mi arresto, ti sto ancora cercando e forse ti trovo.
E se non ti trovo, ricomincio, che alle ombre non ti ci lascio.
Alle ombre non ti ci lascio.

lunedì 19 novembre 2012

The Crow



Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere, non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre.

(Il corvo, A. Proyas, 1994)


Ti penso sempre.
Ma quanto vorrei che tornassi.

sabato 29 settembre 2012

Vento del deserto (radiazioni pericolose)














Vento del deserto
che soffi fino a qua
nelle strade e sulle macchine
negli angoli dei lampioni
sui mattoni rossi delle case
sulle giornate perse e gli amici andati.
Vento caldo della sabbia
che soffi fino a qua
soffia su questi ricordi
spargili come granelli
che si posano sui mantelli dei Tuareg
sui loro turbanti blu
nel fuoco del deserto.
Vento rosso e arido
ma che cresci fino a qua
soffia via quel tempo
in cui siamo esistiti
in cui abbiamo fatto rumore
soffia via il suono di quell'amore,
i pensieri scombinati,
le campanelle di scuola,
la musica come una casa,
i passi veloci e i cuori in gola.
Vento arso dal sole
soffia ora su di me
soffia sulla notte
e spazza via le stelle
che suonano con le luci della sera
compagne di chiarore, 
bagliore e splendore
voci fulgide nei cerchi 
di risate e di cazzate 
chiuse nei "Ti ricordi?" 
gelose di ogni memoria
strette in radiazioni di amicizia
radiazioni pericolose.


Compagno di scuola
Compagno di... niente.

giovedì 13 settembre 2012

CRACK


Quando una cosa simpatica è lo spunto per qualcosa di triste, è molto frustrante.
Mi è capitato sotto mano un librone alto e sottile, una sorta di diario che la Chicco produceva negli anni ottanta, dove le neomamme scrivevano un mucchio di dolcinerie sul loro pargolo appena venuto al mondo.
Ovviamente, mia madre all'epoca lo aveva comprato ed ovviamente, vi aveva riversato laghi di inchiostro annotando ogni mia mossa (del tipo: il primo bagnetto, la prima pappa, le prime parole) manco fossi stata una delle dieci baby-latitanti più pericolose d'Italia.
Insomma, fino a qui tutto molto carino, finchè non ho trovato una nota scritta da mia madre con un leggero inchiostro blu:
" 2 novembre 1988. Involontariamente il babbo, nel farmi giocare con Giuseppe, mi fa sbattere la testa contro quella del cuginetto. "
 
Inutile dire che ho sentito un crack sordo nel petto e il cuore sbriciolarsi ancora.
E ancora
ancora
ancora
ancora.

martedì 11 settembre 2012

Undici_Nove_Duemiladieci

" E' andata così, è andata. Non fa niente, non ti preoccupare. E' andata così ".

Questo numero doppio a due linee verticali torna sempre a settembre. Due trattini paralleli come una porta chiusa, dei binari di una stazione senza fermate, un'urna per le ossa.
No, torna anche a ottobre, novembre, dicembre, ogni mese dell'anno lo porta con sè. Solo che a settembre fa più male.
Una piccola data che prima mi ricordava le Torri Gemelle, adesso cose ben più grandi, tragedie private che non si possono neanche immaginare.
Undici e undici, ventidue. La numerologia non sbaglia.
Ventidue. Io, ventiquattro e mezzo. Sono già più grande di te, cazzo. 
Undici anche come due bacchette allineate: suona pure. Ma il ritmo non va più con quello del cuore, perchè non batte più.

La macchina è spenta, un infermiere con gli occhiali ha detto che era meglio così.
Senza un cuore che batte come si può continuare a suonare?


sabato 2 giugno 2012

I remember...

Giugno.
L'aria entra piano dalla finestra, improvvisa, mai annunciata e ristora per la freschezza ancora non soffocata dall'estate di fuoco.
I libri sulla scrivania di legno scuro ci sono ma non sono gli stessi, le foto disordinate sono sparite, i pantaloncini blu, tagliati al ginocchio sono ormai confinati nell'armadio per venire usati solo in caso di "lavori in giardino" o "bagno al cane", le scarpe da ginnastica sono vecchie, vecchissime, scucite, ma ancora resistono agli asfalti, impavide come gomme usurate di una  fangosa jeep.
Eppure più o meno, io resto io ancora in versione liceale. Faccio solo più caso ad abbinare i colori, quello sì.

Sera prima della maturità. Giugno 2007.
Livia è venuta a prendermi per andare con il resto della classe a mangiare un gelato, qui  nei dintorni.
Ci sono quasi tutti nel parcheggio di Villa Sciarra, grande, blu notte e azzurra, presente, monolitica e silente come la luna, una Dea Madre immersa nella dolce quiete estiva.
Davide accende lo stereo della sua macchina: ci eravamo promessi di fare una cosa rituale e scaramantica, cantare tutti insieme Notte prima degli esami (quando ancora la canzone era più famosa del film di Brizzi), stretti in un grande cerchio.
Ci sono tanti visi confusi, spaesati.

C'era tanta gente prima, c'erano tante foto.
C'era un male covato di soppiatto, un cancro pronto ad esplodere, una piccola bomba innescata.
C'erano tanti sorrisi, tante strette di mano pronte a tramutarsi in spintoni per la lotta alla sopravvivenza.
Cosa è rimasto? Un paio di Converse sbiadite.

Compleanno mio. Marzo 2003.
Sono stata male in questi mesi. A quindici anni ho capito che la boccia di vetro in cui vivo, tana scavata nel mio studio bianco, che affaccia come una torretta di guardia su Viale san Nilo, tappezzata di poster del Signore Degli Anelli, elfi e fate, Medioevo fantasy e musica celtica per l'aria, è una boiata immensa. E' un punto indefinito di cristallo che mi toglie dalla realtà, confortevolmente ed amorevolmente. Poi esce fuori un'autogestione a scuola in cui mi butto a fare il servizio d'ordine, e capisco che l'unica cosa da mettere in ordine sono io.
Ma in classe oggi, mi porgono una bustona in carta bianca, contenente la mitica maglietta rosa con la scritta "Fatima travel agency" e una madonna fumettosa che recita: "My son is fantastic!". Sono piccole cose, che ti fanno capire che forse, non sei poi tanto indefinito come punto.

Certo che è bastato poco per uscire di scena. Sono serviti i primi fardelli pesanti e le vere croci da portare, per scappare lontano. 
Cosa è rimasto? Indici puntati contro e la cacciata del capro espiatorio della vostra ipocrisia.
E un ponte crollato, frasi sospese e giudizi inappellabili.

11 settembre 2010.
La terra trema imperiosa, come la voce di Dickinson in Jerusalem.
Ed anche il cielo con la terra, i mari e tutto l'universo. Voglio che si scardinino le case ed i palazzi ed arrivi un diluvio a sommergere tutto, alberi, cose e persone. Tutta l'umanità che nuota in un oceano di lacrime e che nuotando piange, e piange ancora e si scioglie nell'acqua salata. Le stelle cadono e mi brucia il petto, c'è un terremoto di arterie dentro di me, arrivo al fondo e poi risalgo attraverso il sangue, vado giù ancora e riemergo, giù e su, su e giù, in un'eterna lotta contro il mio respiro che sento aggrovigliarsi in gola, come in un intreccio spasmodico di serpenti ammassati tra loro. Io respiro ancora, ma mi raggomitolo qui, in un angolo di corridoio del Policlinico Gemelli e piango. Lasciatemi qui, a diventare muro bianco.
Let it rain,
lei it rain
wash the scales from my eyes...

La bomba è esplosa, il male covato si è rivelato come un dragone rosso uscito da un vulcano nero, di scaglie dure e lingua stretta, che alita fiamme ovunque.
Gli attori, le maschere, le facce, le chiacchiere, le risate, i sussurri, i colori stonati e sfumati, sono tutti usciti di scena, è c'è un unico faro piantato su di me. E un tempo per il mio lungo monologo. 

lunedì 16 aprile 2012

Ma la volpe venne una notte


Avevo un piccolo coniglio fulvo
biondo, femmina, naso umido.
Me lo tolsero per le neccessità degli adulti,
magnifiche divinità dei bambini.
La vecchia Baba Jaga me lo rubò
portandolo nel capannino di metallo,
insieme a grossi conigli bianchi,
lunghe orecchie, lunghi artigli.
La piccola coniglietta fulva impazzì
di dolore e di parto,
ancora non so e me lo chiedo la notte.
Divorò i figli nati morti,
la mannaia le tagliò la gola,
a mia insaputa, la grassa Baba Jaga
così decise di scannarla.
Piansi per una settimana,
ma dall'alto,
sentenziarono che era giusto così.
La volpe venne una notte
e mangiò il mio coniglio bianco,
e quando me lo dissero,
capii che aveva avuto fame
nei boschi niente cibo,
e cuccioli rossi da sfamare.
Ma la vecchia nonna 
aveva le mani insanguinate
mentre gli segava il collo
con un coltello da cucina.
Mi regalarono la sua coda,
bianca, un batuffolo di cotone.
Piansi ancora una notte.
E così il mio pulcino giallo,
chiuso in una scatola di cartone
a morire soffocato,
nella casa della Baba Jaga.
Solo l'anatroccolo si salvò,
Ester, l'avevo chiamata,
pensando fosse una femmina.
Morì da vecchia, ormai oca bianca, ricurva,
quando nulla più aveva
della viva gaiezza
di cucciolo vivace,
che ancora vedo seguirmi in giardino,
o piccolo, nel cestino della mia bici,
o nuotare nella piscina gonfiabile
che avevo riempita per lui,
o stretto nelle mie braccia,
mentre scappavamo da una vipera.
Il passerotto caduto dal nido,
morì dopo due giorni,
nella lana dove l'avevo avvolto.
La tartaruga di Montecompatri,
tornò a San Silvestro.
I gattini randagi sono tutti cresciuti,
i cani del paese,
aspettavano le mie merendine,
ogni pomeriggio, di code a festa e zampe levate.
Ora, c'è Vega,
a maggio, cinque anni,
ma ancora danzano sbagli
e misfatti, e rancori,
e vogliono mandarla via,
perchè la colpa è sempre mia,
finchè la bambina piange
per il coniglio mangiato dalla nonna-volpe,
la coniglia impazzita, criminale da manicomio,
il passerotto dall'ala spezzata,
conficcata come un palo nel petto,
e i cani presi in catene,
che urlavano di dolore
uccisi nei canili.

domenica 15 aprile 2012

Lettera a G.

Se ti scrivo solo adesso, 
un motivo ci sarà
non è mica san Lorenzo
non ci sono stelle matte
su 'sta piccola città
non ci sono desideri da non dire 
come tempo fa
il destino ha la sua puntualità.
Hai lottato come un uomo, 
con la brutta compagnia
che non eri mica stanco
che nessuno mai è pronto quando c'è da andare via
hai pregato bestemmiando per la rabbia per tutta l'agonia
per le scelte che stava facendo Dio.

Non ci sono più i petardi
e nemmeno il diario Vitt
le bambine occhiate in chiesa, 
sono tutte quante spose,
sono tutte via da qui
non si affaccia più tua madre alla finestra a urlare "tòt a cà"
non c'è neanche più la tua curiosità
dove sono le ragazze che sceglievano fra noi
e dov'è la nave-scuola,
che hai confuso con l'amore
e forse lo era più che mai
non c'è più la pallavolo e i tuoi attrezzi non c'è più l'hi-fi
non ci sono più tutti quanti i tuoi guai.

Quando hai solo diciott'anni, quante cose che non sai
quando hai solo diciott'anni, forse invece sai già tutto
non dovresti crescer mai.
Se ti scrivo solo adesso, è che sono io così
è che arrivo spesso tardi
quando sono già ricordi che hanno preso casa qui
Non è vero ciò che ho detto: qua c'è tutto a dire che ci sei
fa' buon viaggio e poi, poi riposa se puoi.

mercoledì 11 aprile 2012

Nei nodi stretti dei ricordi

Vorrei dare un nome a tutto questo, quando a volte l'unico modo per sciogliere i nodi in gola sembra essere soltanto scrivere e scrivere, fissare le parole affinchè facciano da àncora e mi distraggano dal pensare ossessivamente, senza una meta.
Mi sono segnata a quel Forum più che per fare due o tre schiamazzi privi di senso che per altro...invece vorrei raccontare a tutti di te, sminuire fino allo sfinimento i " problemi " degli altri di fronte al tuo...ma chi sono io per farlo, io che predico sempre bene ma razzolo male?
Io che resto intrappolata nelle mie ombre mentali, io che mi faccio fustigare dai miei errori...e ti perdo, a volte non ti sento più dentro di me, a volte non mi sembra nemmeno di averti conosciuto, di averti visto crescere, di aver " litigato " e fatto mille casini con te...ma soprattutto, di averti abbracciato.
Ecco, ecco...ecco che ho sognato stanotte: insieme al sogno brutto del pestaggio, c'era anche un momento stupendo in cui, non so nè perchè nè per come, arrivavi all'improvviso come un raggio di luna che filtra dalle nuvole e mi abbracciavi forte.
Io mi ti buttavo proprio al collo in verità...e restavamo così
per un po', io nascondevo il viso nei tuoi capelli e tu mi stringevi. Non abbiamo parlato, siamo rimasti zitti per tutto il breve tempo.
E poi basta, ho sepolto il sogno sotto l'incubo (come forse faccio anche nella realtà) e mi sono svegliata angosciata e triste.
Non ho quasi studiato, non mi va davvero più, sto leggermente detestando tutto questo...fuori pioveva e mi sono lasciata trasportare dal freddo innaturale.
Però adesso, l'aver ricordato il nostro incontro mi fa sentire meglio.
Ma perchè sei morto?
Perchè? Perchè? Perchè?
Sei ancora così bello?
Perchè nessuno capisce che soltanto il fatto di essere vivi, conta come la cosa più preziosa che si ha?
Che bello il tuo abbraccio...

-->(Sembriamo noi da piccoli.)

martedì 20 marzo 2012

Acqua e Terra


Mi piace l'ombra che emani e da cui ti senti protetto
che prontamente svanisce con me,
il marrone dei tuoi capelli col dorato dei miei,
l'asprezza del tuo carattere
levigata dalla fluidità del mio
l'acquosità del mio
resa terrena dal tuo.

Come acqua e terra, insieme.
Come fango,
da cui l'uomo è nato.

Mi piace il riflesso di verde e marrone
che scivola nei tuoi occhi silenti
fondali marini nel Grande Blu
spalancati sulla vita ventosa
freddi per chi non sa, e cave di monte
col fuoco acceso di notte, per me
rosso come stelle di Marte.

Come acqua e terra, insieme.
Come fango,
da cui l'uomo è nato.

lunedì 13 febbraio 2012

Futuro semplice

Ti ho visto per la prima volta
in un giardino d'estate.
Serio, non hai mai sorriso
ma eri già futuro semplice.
La seconda volta
avevi un cappuccio sulla testa,
scolavi la pasta, scherzavi e ridevi.
Ti ho pensato forte e tanto,
ti ho afferrato le mani
tra le grinfie del tempo,
futuro semplice.
Ti ho versato, piano,
liquida anima tra le labbra rosa.
Mi hai dato da bere
bicchieri della tua vita scura
fino a quel momento, ombra.
Futuro semplice
un bosco d'estate
è stato l'altare
i grilli hanno suonato l'organo.
Abbiamo vissuto tra mare e città
abbiamo avuto cento figli,
tutti con i tuoi occhi
e le mani affusolate.
Futuro semplice
e ancora dobbiamo
pensare ai loro nomi,
costruirne le culle,
scegliere i visi e le labbra,
i nostri piccoli dormono ancora.
Dobbiamo fare e vedere
mani, occhi, gambe, strade, vie,
io e te a cinquant'anni
nella prossima nevicata romana
passeggiando a Via Cavour,
davanti al negozio di musica,
con disegni da inventare,
poesie da scrivere
ed altri cento figli da fare.
Il futuro è semplice.


A Giulio

martedì 31 gennaio 2012

Cielo bianco


Il cielo è bianco come la neve che sembra passarci attraverso.
E' un enorme pezzo di marmo gelato come quello che ti fa da casa adesso.
Invece io mi ricordo di te, nel calore del sole e dell'estate, sì, a dispetto del freddo di questi giorni.
Come quando siamo andati sui monti del Matese, abbiamo fatto quella strada tutta curve e salite...solo curve e salite, che sembravano non finire più. Ti ho stressato per due giorni per convincerti ad accompagnarmi, e tu che eri buono di cuore mi hai assecondato senza un lamento...eppure me lo sarei meritato!
Oppure mi ricordo quando portavo a spasso il tuo cane, Dea, e risalivo le strade del paese sferzata dalla forza di quel bel boxer fulvo che tu non avevi mai saputo apprezzare.
Arrivavo fino alla piazza principale e ti vedevo da lontano, fuori dal bar, circondato dagli amici...io sempre solitaria e ammusonita dalle mie cause animaliste e sociali, tu beone sorridente, alleggerito da ogni preoccupazione, svettante nella mischia di ragazzi e motorini, voci e risate. Avrei voluto strozzarti per la tua spensieratezza portata con maggior disinvoltura di quanto io riuscissi a portare Dea, che tenevo con una mano al guinzaglio e l'altra delegata a scacciare la fila di cani che ci seguiva.
E quando invece mi sei venuto a prendere con la vespa alle 3 di notte, per andare a fare il bagno in piscina? Io, tu e Michele, la calura estiva e i nostri 16 anni che ora sono pronta a ricordare senza piangere, ma di corsa, veloce come un giro in moto sull'asfalto cocente, col vento che entra da solo nelle narici e respirare è persino superfluo.
Forse se ci penso troppo, quando morirò mi sembreranno pochissimi ricordi, perchè gli unici dei pochi momenti che la vita ha potuto darci. E sarò triste, tanto triste, come quando ora mi trovo a sbirciare le tue foto su internet o il tuo profilo di facebook aperto, dove leggo con tremenda, sfacciata, amara ironia della sorte, quei link sulla ' vita che è fantastica' o sulla 'gioia di vivere'.
Cazzo, cazzo, cazzo...mi sembra tutto un film.
Torno alla finestra per strappare il senso di tutto questo.
La risposta viene offertami dal cielo: immobile, bianco, assoluto, ineluttabile.
Come il destino.

martedì 24 gennaio 2012

Niente d'importante


L'immagine della morte è bastevole ad occupare tutto un intelletto.
Gli sforzi per trattenerla o per respingerla sono titanici, perchè ogni nostra fibra terrorizzata la ricorda dopo averla sentita vicina, ogni nostra molecola la respinge nell'atto stesso di conservare e produrre la vita.
Il pensiero di lei è come una qualità, una malattia dell'organismo. La volontà non lo chiama nè lo respinge.

(Senilità, Italo Svevo)


Forse perchè t'ho visto operare come un mostro alato ogni tanto mi sveglio di soprassalto, eppure ancora penso egoisticamente che non è affar mio e che devo smetterla di vedere gli horror prima di andare a dormire. Mi riporti subito sull'attenti, risvegliando le mie ' molecole terrorizzate ', ricordandomi che mai più io avrò riposo.

martedì 10 gennaio 2012

L'Eremo delle Carceri


E' sempre difficile trovare la pacatezza giusta per provare a parlare di qualcosa, uno stato mentale neutro che faccia da sfondo a tutti questi pensieri che mi rincorrono, smaniosi di uscire fuori.
Racconterò a me stessa dell'Eremo delle Carceri, di come s'incastona a perfezione nel cuore del Subasio, del bosco magico che tende amorevolmente le braccia d'alberi verso il chiostro, del silenzio che conforta.
E mi vedo lì, per un attimo, nella grotta di S. Francesco a partorire i miei dolori, una donna nel ventre di pietra di una Madre-Grotta che rinasce dai cunicoli freddi e torna fuori, di nuovo, fatta creatura con un battesimo di luce invernale che filtra lì dal grigio delle nuvole per consegnarti ancora alla vita.
Un luogo sacro, dove paganesimo e cristianesimo si danno la mano, riconoscendosi finalmente fratelli di sangue.
Ecco, adesso più che mai mi serve pensare all'Eremo, ora che sono sola come in una nuda grotta, come in un bosco fitto nei pressi di Gubbio, col cuore in gola per la paura di incontrare un lupo feroce... ma più del lupo... fa paura l'ansia, ammesso pure che ci sia un inferno. E' il transito, il passaggio a darmi pena, non l'arrivo, non l'adempimento eterno.
Che faccio? Che faccio...io sono dentro un buco di pietra, al buio e al freddo...ma tornerò fuori, a lavarmi gli occhi con il sole delle montagne.
Come all'interno dell'Eremo, un universo in un altro, una vita in un'altra, la pietra nella terra, nel monte, tra le foglie verdi e la corteccia muschiata...e poi in là, il sentiero prosegue e la radura si fa circolare per accogliere un altare di legno e poche panche, una piccola chiesetta senza mura e senza soffitto, dove gli affreschi più belli sono dati dai cespugli, gli alberi, le nuvole, il cielo, ed è unica la musica sacra che vi si suona: il vento, gli uccelli.
Non so se S. Francesco abbia pensato al suo Cantico trovandosi all'Eremo, tornando da mesi di meditazione ed affacciandosi alla vita come uscendo dalla sua grotta, riempiendosi gli occhi della magnificenza della natura e glorificandola con versi così sublimi e puri...in qualsiasi circostanza si sia trovato, è nei luoghi dell'Eremo che Dio dimora e parla ancora, con chi dolcemente si ferma un po' a lasciarsi confondere, perdere ed annullare nel verde della boscaglia, nel fremito del vento, nell'ombra della roccia e nei bagliori del sole che con timidi raggi, avvolge di luce il Subasio.

lunedì 28 novembre 2011

Itaca

Questo post non pretende di assurgere ad una qualche sacra verità oracolare, nè puro tentativo pseudo-precettistico, anche perchè intorno a tale tematica gireranno sempre come satelliti in perenne attrazione gravitazionale, milioni di tesi, ipotesi, congetture più o meno dottrinali, assilli, crucci ed ispirazioni che contraddistinguono dalla notte dei tempi l'essere umano.
Etimologicamente la parola senso appartiene ad una sfera di significato che coinvolge ciò che si percepisce consapevolmente col proprio corpo, che sia concreto o irrazionale, il senso è il sale quotidiano attraverso cui orientiamo ed indirizziamo scelte, percorsi, decisioni più o meno importanti.
Ed il senso della vita, allora?
Un anno fa, Mario Monicelli si lanciava dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni, ormai malato di cancro in fase terminale, scegliendo così di porre fine alla sua vita a 95 anni d'età.
Il suo corpo, ha sentito consapevolmente di essere da tempo approdato alle rocciose coste della sua Itaca personale ed ha scelto quasi un dolce e goethiano ripiegamento su se stesso e sul significato di una personale ed ultima riflessione sul senso della vita:

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Itaca, K. Kavafis)


Ed è nell'attesa di diventar savi tutti, che dobbiamo disporre del prezioso sale che c'inebri di venti o tempeste, mattini o tramonti, il viaggio verso quella meta silenziosa, che forse nient'altro è che un vissuto a nostra immagine e somiglianza, come un riflesso sfocato ma appagato in un qualsiasi specchio d'acqua. Ultimamente m'incrocio con casi di vite altrui che si àncorano tra gli scogli di acque poco profonde, come deboli navi arenatesi troppo presto a causa di rotte sbagliate o marinai inesperti. Di loro a volte, resta un biglietto o una foto d'infanzia, che cerca di sovrapporsi al fisiologico ed incolmabile vuoto, lo stesso che forse stasera mi spinge a cercare ancora una volta un'appropriata definizione a questo senso che aggioga come buoi ad un aratro, noi esseri umani.


A te, come sempre va il mio pensiero.
Mi manchi tanto.

domenica 6 novembre 2011

Mary Pickford



...dolce, esile soffio di primavera Liberty.

Novecento appena nato.

venerdì 21 ottobre 2011

Inchino


Dall'ultimo concerto di Andrea Parodi.
Cagliari, 22-09-'06