Dice il testo di una canzone che non c'è cosa più triste dei fumatori fuori dalle porte degli ospedali.
Il fumo di sigaretta è come l'anima violacea di chi aspetta che il tempo dia una risposta positiva ai dubbi di una malattia che corrode, svuota, dilania le ossa e mastica i muscoli.
E alla fine, ti porta via.
Oppure, potrebbe essere il fumo di chi ha un cuore a metà, mentre l'altra metà batte nel petto di chi giace in quelle stanze verdi e bianche, dai corridoi asettici e disinfettati, ripuliti da ogni traccia umana, animale o vegetale: ciò che è solo vita è sempre troppo definito, la malattia è una zona di grigio che annulla i contorni e sbiadisce le forme.
Odio le zone di grigio, i colori pastello e le sfumature date male, che imbastardiscono la vividezza dei colori e la purezza dei sentimenti.
Sono ancora bloccata in una falsa partenza che sembra riportarmi indietro.
Proprio ora che sapevo come fare.
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martedì 22 luglio 2014
domenica 25 agosto 2013
Hard sun
Voci assordanti dalla strada.
Bambini in bicicletta, sciame colorato di festività chiassosa ed ingenua.
Mamme roboanti, grasse e vocianti, in ciabatte e braccia molli di carne bruna.
E' quel palazzone decadente, scrostato,
scheletro che ricovera famiglie disagiate di peruviani ed italiani
di un Sud Italia che li ha rigettati
come loro rigettano i propri figli sulla strada,
che fa da alveare ad una qualche molle indolenza
a me sconosciuta.
Volano parolacce, grida, risate, richiami.
Odio tutto questo.
Involucro segreto di carne, grasso,
umori viscerali, voci umane simili a latrati,
passaggio maledetto di esseri grondanti sudore,
pulsioni, battiti, grettezze e bassezze, convinzioni ataviche.
Odio tutto questo.
E' ciò che mi fa capire quanto loro siano partecipi della vita,
come animali, come formiche
che provvedono ai loro bisogni primari,
come le vacche e le giumente,
dal grosso ventre rosa riposano all'ombra.
Voglio la polvere, che sia sabbia, che sia rossa, che sia sale:
i fuochi di notte, il "qui" e l' "adesso".
E invece m'inclino, desisto, rimando
in vapori e sbuffi di inconsistenti considerazioni:
sono un puledro legato al palo della necessità,
imbrigliato dal tempo ad una casa-caserma,
ferrato a doveri e maledizioni, verticali discese
di false cause accidentali, mai naturali.
martedì 20 agosto 2013
La Madonna torna al Santuario
Vento leggero, ma timido. Un'unica valle, poche colline, troppi ricordi.
Vociare partenopeo monocorde tra le vie conosciute.
Cani randagi dai grandi occhi vuoti, finestre aperte e porte socchiuse.
Frullano le immagini come ali di rondine, vecchi e bambini, bambini e bambini, vedove alle porte nere d'abitudine.
E poi cos'è successo?
L'ingranaggio
s'inceppa, qualcosa va storto, la notte s'appiattisce sulle colline e
la Madonna il quindici agosto, ritorna al Santuario.
Qualsiasi cosa succeda, il quindici agosto la Madonna torna sempre al Santuario.
Sulle
tracce dei ricordi seguo piste incontrollate, indizi fasulli, passi
alle spalle. Parole che cercano parole ma che scelgono silenzi quieti.
Qui, ora, mi salvo solo se divento animale.
Coda
di bestia e orecchie da lupo: l'istinto mi protegge dal male, mi copre,
mi culla ed io sparisco nel nulla. Mentre la Madonna nella sua veste
rossa, torna al Santuario.
Madonna inconsapevole, innocente, luna artificiale, tacito simulacro radioattivo, insolente manichino senza risposte.
Nella notte lunga di un non ritorno, di un ritmo incessante che ricorda ai vivi di non essere morti.
Forse.
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domenica 18 agosto 2013
In the blue august moon
Agosto ride rumoroso, fugace, saccente, sberleffo vincitore che brucia l'estate con fiammiferi umani. Le teste pendono e prendono fuoco con scintille verticali di paure orizzontali. Pensieri orizzontali di non ritorni reali e pericolosi. Il balcone davanti casa mia, illumina la notte di falsa speranza: un bimbo vi dorme ammalato.
Quello che è già stato, ritorna imperioso, cane arrabbiato più feroce di prima: non lascia risposta, non aspetta reazione, ti morde e ti secca col sole d'agosto che arde e non riscalda.
E fumo. Fumo nero che odora di sambuca versata sui giorni passati, buttati, andati, su quelli che dovevano essere distrutti e fagocitati... e che invece tornano, ti trovano e ti tradiscono.
Agosto m'è sempre stato sul cazzo.
Mese dell'addio e di infanzia che si prepara a crescere, sradicata come una margherita bianca, mese di aspettative, mese dove il sole è cattivo e affamato. Forse agosto sente le speranze dell'inverno, dei pensieri gelati nella notte di S. Lorenzo, dei pastori col naso all'insù... da che mondo è mondo, delle vite che all'aria aperta si flettono alla luna e ne anelano i battiti. Agosto è il mese delle false promesse, di illusioni raccontate come fiabe attorno al fuoco. E' il mese che prepara lo spirito all'autunno e al rigore dell'inverno, ti tende la mano con quel "forse" sospeso a mezz'aria. Mentre la luna è fresca e scintillante come non mai, irriverente e distante dal fallimentare finale umano.
mercoledì 22 agosto 2012
Finchè apparve un cane fantasma che distrusse l'epica
Sento la tua silenziosa presenza accanto a me, come un'ombra a tre dimensioni momentaneamente indipendente dalla luce e dal buio. Mi piace girarmi e vederti là, immobile mentre osservi la sera estiva e respiri l'aria viola.
Il cielo non è ancora blu notte, ma azzurro scuro, come se il sole si fosse giusto nascosto dietro la grande tenda vellutata della volta celeste e dovesse sbucare a tratti, come un attore teatrale che ringrazia il pubblico alla fine degli applausi.
Cerco le stelle ma è troppo presto, non sono neanche le nove.
Ma tu, tu, come fai a vivere? Cioè, come senti il tempo e le stagioni? Mi guardi con gli occhi grandi e luminosi, da sotto le ciglia lunghe e non rispondi. Ti alzi, fai qualche passo sporgendoti dalla ringhiera del giardino e torni a sederti accanto a me.
Diavolo, perchè non rispondi? Ah, vuoi forse suggerirmi che non conta farsi domande, che la vita non è un quiz a puntate, perchè ogni spina buttata là da QUALCUNO per cercare di affossare la mia autostima è come uno di quei cosetti pungenti che ti si impigliano nei vestiti quando ti siedi in un prato.
Sì, ma che palle.
Sospiri piano e alzi la testa in cerca di ciò che forse mi sfugge. So che vuoi insegnarmi qualcosa che però non riesco ad apprendere. Quando fai quella faccia seria, significa che è roba complessa, sicuro.
Quando un cane, un mezzo labrador, appare come un fantasma al di là del muretto. Si materializza dal nulla ed in un attimo irrompi verso la ringhiera come un toro, abbaiando al mondo il tuo disappunto per l'intruso e per tutti i cani-fantasma che disturbano i tuoi momenti di meditazione.
Il cane respinto, si allontana zompettando e per tutta risposta si gira e piscia su un esiguo arbusto del praticello esterno.
Vabbè va...al cesso tutto il nostro eroismo e l'epica iniziale, peraltro accompagnata da Yet another movie.
Ma stasera tutta la filosofia si riduce ad una pisciata.
Che comunque fa riflettere, anche se è come passare da Baudelaire a Bukowski.
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giovedì 5 luglio 2012
Minosse, Mosè e Caronte
Ok.
Già io sto cercando di impilare nel mio cervello queste cazzo di sterili LISTE di grammatiche e dizionari, (DELI, GRADIT, GDLI, QUIQUOQUA, HFBVKDFH, DFBEIBVEIBVLERBVLER!!!!!) come un notaio, un impiegatuccio della lingua, (niente contro i notai...ho usato il nome più come qualificativo) secondo questo INUTILE programma per l'esame di Storia della Lingua Italiana...IN PIU' entra mio padre che tuona peggio di Mosè scazzato perchè s'è incollato i Dieci Comandamenti dal monte Sinai: "Lo sai chi arriva adesso fino a fine luglio??? MINOSSE!!!!".
Oh Gesùcristo.
No. Non lo sapevo proprio.
Giuro che non stavo adorando il Vitello d'Oro, al massimo lo farò a buon diritto dopo gli esami...ma non erano meglio Irene o Katrina, (e che s'incazzino le femministe) i classici nomi di donna americani a cicloni, anticicloni e uragani invece che Caronte, Minosse e tutto l'inferno dantesco?
Io già mi sento come S. Sebastiano trafitto dalle frecce...ci si mette pure Caronte che ti traghetta quando sei schiattato per il caldo e Minosse che ti sceglie la pena da scontare.
Ah Mino', almeno mandami al fresco: un bagnetto nel Cocito ghiacciato me lo faccio volentieri.
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lunedì 2 luglio 2012
Echoes
Notte di luglio.
Luna luminosa e gravida nel cielo scuro, perla immobile, lucente e preziosa guardiana di leggeri pipistrelli e piccole falene. Tuttavia bassa, madonna bianca al centro dei pini alti e scuri.
Voci e chiacchiericci in lontananza, cene sui balconi, passeggiate col cane: è l'estate che fa gli uomini leggeri e silenziosi, creature da bivacco o da mistiche riflessioni solitarie sui cieli stellati.
Io sto ascoltando i Pink Floyd da un'ora, a tutto volume con la finestra aperta.
Ora vago per pianeti isolati, ora nuoto in cieli rotanti, ora m'infilo in crepe dei muri e sparisco tra la calce, riemergo e mi trovo al centro di un qualcosa di indefinito ma totalmente ipnotico, ripetitivo, martellante, che raggiunge l'apice e plana in radure di sabbia dorata, al centro del cuore rosso del sole, in piena solitudine di fuoco, come una voce che si scioglie nel nero della notte, di fronte al Grande Carro di puntini lontanissimi, di quelli che socchiudi gli occhi per vederli emergere dal mare nero della notte.
Ma ci sono, comunque ci sono, stelle da millenni disposte in quel modo per cullare le nostre sere di luglio, troppo accaldate per morire tra le lenzuola di un letto.
E non ho paura. Sono invincibile.
Ora, io sono eterna.
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domenica 10 giugno 2012
Una media doppio malto, per favore
Una media doppio malto e una sambuca.
Bastano per questo sabato sera.
Tanta gente, musica, sigarette e biliardino.
Io sorrido a tutti, dal mio guscio di chiocciola.
Chè basta un attimo e vengo schiacciata.
Ma ci sto provando, io ci sto provando...
a credere di avere qualcosa da dire.
Ma neanche un cane sull'autostrada
ormai si fida più.
A voi che nel momento del bisogno,
ve ne siete andate.
Ma ci sto provando, io ci sto provando...
a credere di avere qualcosa da dire.
Ma neanche un cane sull'autostrada
ormai si fida più.
A voi che nel momento del bisogno,
ve ne siete andate.
La chiocciola è un animale dal carattere assai cauto e timido in quanto
si ritira appena sente il primo segnale di pericolo. Quando vengono
anche solo sfiorate le antenne, queste si ritraggono istantaneamente. (Wikipedia)
giovedì 28 luglio 2011
Tende di mare

Notti blu oltremare di vento che sferza teli stesi e tirati da tende aggrappate alla terra.
Notti fresche e spruzzate d'acqua salata e dolce, nera e turbinosa, mossa da mille mani di ninfe oceanine, e cavalli d'argento e carri di sassi, sabbia e conchiglie.
Notti di stelle appoggiate sulla linea del mare, calde di vino e di favole, e di ore mai contate.
Notti tra il verde dorato, il bronzo e l'ambrato, di mani intrecciate e strette come le corde di barche ormeggiate.
Notti preludio di vita pacifica come l'azzurro marino e le onde violette del giorno di sole e nuvole seguente, a tratti ventoso, sempre sicuro nel porto calmo di quiete, fitta ombra delle ciglia dei tuoi occhi, mare di verde tramonto, sera scura di onde e capelli.
lunedì 20 giugno 2011
Gold

Passeggiata serale con Sara, docile labrador dei vicini.
Lei mi scivola silenziosa accanto, misura i passi col suono cadenzato del respiro.
Non fa domande, non sa dove la porto, ma si affida senza strattonare neanche una volta il guinzaglio.
Il tono ambrato del suo mantello si mescola col sole dorato che sta tramontando, con l'erba rossa di un campo abbandonato dall'ombra al margine della strada e con il belato lontanissimo di un gregge di pecore a valle.
Un'automobile mi sfreccia vicina.
Chi la guida, un uomo sulla trentina, avrà fretta di tornare a casa. In fondo sono le otto, avrà una moglie o una compagna che starà preparando la cena. Magari dei figli piccoli.
M'immagino la scena di quiete familiare, malinconicamente.
L'auto grigia sparisce in fondo alla discesa, e mi sembra una piccola formica che rientra al formicaio.
Perchè quello che è così facile e naturale, oggi ce l'hanno reso difficile?
Guardo Sara, forse in attesa di una risposta, ma lei è impegnata ad annusare l'erba qua e là.
D'un tratto la luce diventa liquida nei miei occhi, il giallo dorato cede il posto ad un mare bianco e trasparente.
Richiamo Sara e le riaggancio il guinzaglio.
I suoi occhi marroni incontrano i miei.
Mi appoggio al suo sguardo per un po' e poi torniamo a casa.
martedì 27 luglio 2010
LACIO DROM

Credo di non saperti salutare come se non dovessi rivederti più. Non sarà un addio, ma un arrivederci. Penserò ai tuoi riccioli dorati, al dolce vento estivo e ai tuoi occhi che si confondono col mare dell'isoletta su cui stai per approdare.
Aspettami, faremo un falò sulla spiaggia, berremo birra e fumeremo, come ai vecchi tempi...ti ricordi?
Stai attento al sole, hai la pelle chiara come me e non dimenticare la chitarra, ti terrà compagnia. Mi mancherai in modo terribilmente straziante.
Siamo fratelli di latte e sangue, in me c'è un po' di te e tutto quello che mi capiterà di bello sarà anche tuo. Per me sarai sempre l'angelo biondo a cavallo di una moto, col sorriso luminoso che abbraccia il cielo. Per me sarai sempre l'estate coi riflessi azzurri dei tuoi occhi, sarai quella brezza energica in cui abbiamo volato vicini in questi anni, ancora troppo pochi per essere già ricordati.
Eppure, lo so e posso dirlo con certezza: VOLAMMO DAVVERO.
Torneranno i giorni in cui faremo "festa, festa, fino a mattina".
Lacio drom, fratello di latte e sangue.
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giovedì 28 gennaio 2010
Umba
Quest'estate, ho conosciuto sulla spiaggia Umba.
Umba era una ragazza di trentatrè anni, senegalese, con la pelle color ebano, gli occhi grandi e scuri da gazzella, i capelli raccolti in minuscole treccine, il corpo robusto avvolto da una meravigliosa stoffa colorata, che sembrava portarsi dietro tutto l'oro del sole dell'Africa, il rosso del deserto e l'azzurro cupo del cielo.
Si trascinava sulla sabbia di ombrellone in ombrellone, tenendo in mano una testa di plastica con i capelli divisi in dread e treccine fermate da nastrini ed elastici multicolore. Passava in silenzio, guardando avanti, con la fronte imperlata di sudore e le labbra secche. Mia madre la fermò con gentilezza per chiederle se poteva fare una treccina a mia sorella, lei si avvicinò al nostro ombrellone, posò il borsone blu nel quale teneva elastici, nastrini, collane e braccialetti a terra e si sedette lenta sul bordo del lettino. Mia sorella le si posizionò di fronte, timida, e girò la folta testa riccia affinchè Umba potesse cominciare a lavorare. Aveva mani grandi e forti, eppure incredibilmente abili e veloci nell'intrecciare ciocche cosi' sottili di capelli. Il religoso silenzio in cui eravamo immerse, veniva soltanto interrotto dalle domande che mia madre le porgeva e a cui lei rispondeva, senza mai distogliere gli occhi da quello che stava facendo. Raccontò di essere sposata e avere una figlia di tre anni in Senegal, di cui ci disse il nome...lo scrisse anche sulla sabbia. Ricordo di averla guardata a lungo, ammirandola, deliziandomi per come aveva tracciato quelle lettere, facendo scivolare il dito come in una danza dell'aria immaginaria, come una preghiera agli dei del cielo, come un rito sciamanico del crepuscolo.
Le offrimmo un gelato, ci chiese un ghiacciolo al limone. Aveva sete ed era stanca, eppure sembrava infaticabile, con il grande borsone blu sulle spalle, la testa di plastica in una mano ed il ghiacciolo nell'altra. Ci rimasi un po' male quando si alzò per andarsene, pensavo che avrebbe finito almeno di mangiare il gelato con noi, volevo pregarla di continuare a raccontare, raccontare ancora. Volevo chiederle di rivederla, di lasciarmi un recapito, di diventare mia amica. Invece non dissi nulla e la salutai, guardandola allontanarsi con passo pesante, in direzione della riva. Più tardi, verso l'ora di pranzo, la vidi ripassare con un'altra donna. Si avvicinarono entrambe al nostro ombrellone ed Umba ,sorridente, presentò l'altra donna come sua sorella, poi ci salutarono e sparirono di nuovo tra gli ombrelloni.
Umba...nome rotondo e tornito come lo era lei, nome che sa di grembo, ventre caldo e materno, di braccia attorno al collo e mani giunte, di passi lenti, di gesti tracciati sulla sabbia, di stoffe colorate. Di Africa.
Mamma Africa.
Mamma...e ce ne siamo proprio dimenticati.
La notte si confonde con il mare
negli occhi la fatica dell'attesa
sognare via lontano un'altra vita
l'incontro all'orizzonte, al paradiso
L'antico forte appare tra le roccie
fantasma di un passato addormentato
memorie di catena mai spezzate
e di eterne schiavitù
Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
seguimi, chiamami Mama Africa, Africa
Donami la forza della lava
che ribolle nel tuo ventre violentato
perché possa riposare nel mio cuore
la rabbia che mi prende nel lasciarti andare via
che un giorno questa rabbia sia coraggio
sia radice e nuova linfa e resistenza
e maturi questa antica sofferenza in rinata dignità
Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
Seguimi, chiamami Mama Africa, Africa.
(Modena City Ramblers)

Umba era una ragazza di trentatrè anni, senegalese, con la pelle color ebano, gli occhi grandi e scuri da gazzella, i capelli raccolti in minuscole treccine, il corpo robusto avvolto da una meravigliosa stoffa colorata, che sembrava portarsi dietro tutto l'oro del sole dell'Africa, il rosso del deserto e l'azzurro cupo del cielo.
Si trascinava sulla sabbia di ombrellone in ombrellone, tenendo in mano una testa di plastica con i capelli divisi in dread e treccine fermate da nastrini ed elastici multicolore. Passava in silenzio, guardando avanti, con la fronte imperlata di sudore e le labbra secche. Mia madre la fermò con gentilezza per chiederle se poteva fare una treccina a mia sorella, lei si avvicinò al nostro ombrellone, posò il borsone blu nel quale teneva elastici, nastrini, collane e braccialetti a terra e si sedette lenta sul bordo del lettino. Mia sorella le si posizionò di fronte, timida, e girò la folta testa riccia affinchè Umba potesse cominciare a lavorare. Aveva mani grandi e forti, eppure incredibilmente abili e veloci nell'intrecciare ciocche cosi' sottili di capelli. Il religoso silenzio in cui eravamo immerse, veniva soltanto interrotto dalle domande che mia madre le porgeva e a cui lei rispondeva, senza mai distogliere gli occhi da quello che stava facendo. Raccontò di essere sposata e avere una figlia di tre anni in Senegal, di cui ci disse il nome...lo scrisse anche sulla sabbia. Ricordo di averla guardata a lungo, ammirandola, deliziandomi per come aveva tracciato quelle lettere, facendo scivolare il dito come in una danza dell'aria immaginaria, come una preghiera agli dei del cielo, come un rito sciamanico del crepuscolo.
Le offrimmo un gelato, ci chiese un ghiacciolo al limone. Aveva sete ed era stanca, eppure sembrava infaticabile, con il grande borsone blu sulle spalle, la testa di plastica in una mano ed il ghiacciolo nell'altra. Ci rimasi un po' male quando si alzò per andarsene, pensavo che avrebbe finito almeno di mangiare il gelato con noi, volevo pregarla di continuare a raccontare, raccontare ancora. Volevo chiederle di rivederla, di lasciarmi un recapito, di diventare mia amica. Invece non dissi nulla e la salutai, guardandola allontanarsi con passo pesante, in direzione della riva. Più tardi, verso l'ora di pranzo, la vidi ripassare con un'altra donna. Si avvicinarono entrambe al nostro ombrellone ed Umba ,sorridente, presentò l'altra donna come sua sorella, poi ci salutarono e sparirono di nuovo tra gli ombrelloni.
Umba...nome rotondo e tornito come lo era lei, nome che sa di grembo, ventre caldo e materno, di braccia attorno al collo e mani giunte, di passi lenti, di gesti tracciati sulla sabbia, di stoffe colorate. Di Africa.
Mamma Africa.
Mamma...e ce ne siamo proprio dimenticati.
La notte si confonde con il mare
negli occhi la fatica dell'attesa
sognare via lontano un'altra vita
l'incontro all'orizzonte, al paradiso
L'antico forte appare tra le roccie
fantasma di un passato addormentato
memorie di catena mai spezzate
e di eterne schiavitù
Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
seguimi, chiamami Mama Africa, Africa
Donami la forza della lava
che ribolle nel tuo ventre violentato
perché possa riposare nel mio cuore
la rabbia che mi prende nel lasciarti andare via
che un giorno questa rabbia sia coraggio
sia radice e nuova linfa e resistenza
e maturi questa antica sofferenza in rinata dignità
Stringimi, lasciami Mama Africa, Africa
Seguimi, chiamami Mama Africa, Africa.
(Modena City Ramblers)

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