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mercoledì 26 novembre 2014

S. Sebastiano

Ancora una volta.
Un letto di legno, pareti bianche, una foto di famiglia al muro.
Un computer pronuncia frasi con voce asettica e metallica.
Le tue mani, che prima pizzicavano le corde di una chitarra, sono ora serrate ai bordi di quel letto.
Gli occhi azzurri e lucidi, sono fissi allo schermo luminoso del computer agganciato a un braccio metallico.
Il polmone metallico respira con fiato alieno, meccanico, ripetitivo, come stesse gonfiando le membra di un uomo di gomma.
Non ero pronta a questo, non ero preparata.
La piccola stanza troppo calda, di un candore marmoreo, s'interseca nella memoria con quella di un Policlinico di tanti anni fa. 
I battiti nel mio petto scivolano in successione come gocce di cera di una candela a metà.
Mi aggrappo con lo sguardo a particolari stupidi e insignificanti: le tende all'uncinetto, forse troppo trasparenti, il quadro al muro che raffigura un uomo che dorme per terra, ai margini di un portone ("Che sia il suonatore Jones?" penso di fretta), le medicine accatastate su un mobile smaltato di bianco, le macchine che cooperano insieme come robot squadrati dai volti al plasma.
Ananke. Ancora una volta.
Mi torna in mente San Sebastiano trafitto da un mare di frecce: il volto bianco al cielo, gli occhi vitrei a cercare la mano di un dio tra le nuvole e il corpo inchiodato a un palo.
Lo stomaco si accartoccia come una foglia secca e mi concedo il diritto di piangere.



sabato 1 dicembre 2012

Agostino (Dietro ogni scemo c'è un villaggio)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.


Agostino è il matto del paese. Cammina tutto il giorno attraverso ogni via, d'estate sempre a petto nudo, con la pancia alcolica cadente e una bottiglia di birra ghiacciata tra le mani, e d'inverno coperto da pochi stracci, con i jeans perennemente consunti. Mi ricordo di lui da quando ho memoria, lo vedevo passare durante i giorni di festa dedicati alla Madonna locale, tra mille luci colorate, mentre parlava da solo, grattandosi i pochi capelli incollati di sudiciume e salutando con due parole confuse ogni persona che incontrava e che, una volta sorpassatolo, ne approfittava per ridacchiare e sbeffeggiarlo, oppure più apertamente dirgli due frasi senza senso senza sapere che sì, lui le capiva bene, così come capiva che era una scelta consapevole quella di farsi deridere.


E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto. 


S'inseguono molte dicerie sulla vita che conducesse prima, non so realmente dove si nasconda la verità, ma molti dicono che prima era una persona dotata di un'intelligenza fuori dalla norma.
Conosceva a memoria ogni strada per arrivare in qualsiasi luogo, era insomma un atlante geografico vivente, e ricordava date come nessun altro. Tutti concordano nel sottolineare la straordinaria memoria che lo contraddistingueva, di cui ancora conserva qualche traccia visto che tiene a mente i volti delle persone e si ricorda di loro anche a distanza di anni.


E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole. 


Si dice che viva in una catapecchia abbandonata, e che abbia due zie che ogni giorno gli preparano da mangiare. Poi va in giro come un cane abbandonato per tutto il giorno, parlando con se stesso sempre ad alta voce. Quando muore un abitante del luogo va pure in chiesa e partecipa al funerale. Mi è rimasto impresso ad un funerale in particolare: fissava addolorato la bara di legno chiaro mormorando qualche parola incomprensibile, e sembrava incredulo e stupefatto ragionando di come, a volte, la Morte possa essere così crudele.
Non si sa come da giovane sia impazzito: è stato anche rinchiuso in un manicomio dove ha subito maltrattamenti di ogni genere e dove, è stato anche violentato da un uomo. Sconvolto, è peggiorato negli anni e senza nessuna cura, e nessun aiuto, è diventato semplicemente il Matto del paese, lo Scemo del villaggio.


Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
"Una morte pietosa lo strappò alla pazzia". 

(Un matto - F. De Andrè)


Sicuramente non è lui che non capisce gli altri, ma il contrario.
Sicuramente il giorno in cui morirà, magari da solo come è sempre vissuto, ci saranno le solite frasi da paese, dette per riempire l'aria e per scuotere l'anima dal grigio torpore in cui dormono spesso quei pochi tetti di campagna. Solo che quando se ne andrà, porterà con lui l'eterno ed inafferabile segreto di una Verità lucente come il sole, che gli altri affannosamente inseguono per tutta una vita. A lui è bastato solo parlarne con se stesso, all'ombra dei lampioni vestiti a festa d'agosto e al freddo delle panchine scrostate della piazza buia di novembre.

mercoledì 4 aprile 2012

Il ritorno di Giuseppe


Ogni volta che s'avvicina Pasqua o Natale, mi gira di sentirmi tutta La Buona Novella, entrando così più che nel mistero divino, nel fitto di quello umano.
Comunque, fermo restando che ogni canzone di quell'album è un piccolo prodigio a sè nel senso pieno del termine, trovo sconvolgente la perfezione metrica, stilistica e retorica de Il ritorno di Giuseppe: preciso che la mia preferita è senza dubbio Il sogno di Maria che segue subito dopo, ma è ampia, ariosa, lascia spazio ad immagini, luci e colori che ognuno può fabbricarsi nella propria testa.
Il sogno di Giuseppe è incredibilmente pura e perfetta nella sua oggettività: le visioni sgorgano subito dalle parole che s'incastrano come in un domino poetico e la rima di ogni strofa, del secondo e quarto verso pare che faccia tendere verso l'assonanza anche il primo ed il terzo.
Questa canzone è una perla rinascimentale, pulita, fine e rotonda:

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Il delicato paesaggio serale, introduce la vicenda: Giuseppe sta tornando in Galilea verso casa, accompagnato dalle prime stelle, uniche luci nel deserto, ma perfettamente chiare e visibili tanto da fare le veci di piccole lucerne. La notte scende nel deserto, e Giuseppe si affida alla luce delle stelle. Penso che non ci sia niente di più poetico.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ed ecco che dal paesaggio mediorientale, l'attenzione si sposta sull'immancabile ed infaticabile compagno di viaggio dell'umile falegname, l'asinello grigio che anche nei Vangeli ufficiali occupa spazio: il mite animale dai passi uguali connota la monotonia del lungo viaggio verso casa, sempre uguale a se stesso se non fosse scandito dalla danza del giorno e della notte. Giuseppe è come il suo asinello, instancabile, tenace, umile ed i loro passi che scivolano tra le dune di sabbia, vanno all'unisono per ritmo e cadenza.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Ed anche il deserto entra nella prospettiva del falegname, forse frutto di un pensare troppo macchinoso e monotono: la sabbia è una distesa di segatura, come fosse legno tagliato finemente dall'azione lenta della Natura-Falegname. E i pensieri s'intrecciano e s'incastrano al limite del sogno, come talvolta accade durante i lunghi viaggi.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Chi sono gli uomini della sabbia? Forse i nomadi del deserto, i Tuareg, che nella notte si spostano silenziosi rinchiusi nella vastità di uno spazio che sembra infinito? E nella notte si sa, ogni forma o profilo muta e diviene orrenda ed inquietante.

Odore di Gerusalemme,

la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata del legno:
"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

L'odore della città, ormai vicina, interrompe la monotonia lacerante del cammino: ecco l'odore di casa, di famiglia e della donna amata, che più che una donna è ancora una bambina. Infatti Giuseppe reca con sè una bambola di legno da donare alla sposa-bambina, lasciandole ancora il tempo del gioco prima dei doveri matrimoniali: Maria è fortemente rispettata da Giuseppe, che ne preserva l'innocenza e la spontaneità, come farebbe con una figlia.

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implorato.

Dal pensiero si passa subito all'azione: ecco Maria che si getta al collo dello sposo con un salto, volando quasi come una rondine, ed è delicatissima la metafora che ne segue, che sottolinea la giovinezza e la freschezza della piccola sposa. Le dita di lei, sottili e come lacrime perchè si muovono dal ciglio al collo, in una lunga carezza, vogliono quasi indicare allo sposo, la pietosa richiesta del calore di un sorriso, un affetto implorato dal marito-genitore di cui ha bisogno la bambina per crescere e che volendo, può anticipare i motivi principali della strofa successiva.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

Magistrale descrizione di alta poesia, per indicare sottilmente, alludere quasi, all'evento delicato della gravidanza. Giuseppe si stupisce e sgrana evidentemente gli occhi, (lo stupore sale dalle mani negli occhi perchè ha toccato con mano, in modo sensoriale e veritiero, non c'è dunque alcuna possibilità di errore o equivoco) quando facendo scivolare le mani dalle piccole spalle di Maria, arriva a cingerne i fianchi arrotondati dalla gravidanza, che conferiscono al ventre di donna una forma precisa, tonda, inconfondibile.
I fianchi prosperosi, che colmano le mani del falegname, sono dunque il marchio del segreto svelato, del mistero risolto e forse anche di quell'affetto implorato nella precedente strofa: Maria è incinta. Pochi versi in una lunga perifrasi che accolgono, proteggono e non svelano, l'intimità dell'evento.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

Gli ultimi versi sono per Giuseppe, l'uomo non partecipe ancora del mistero divino, incredulo, confuso e smarrito: egli sonda l'espressione della sposa che di colpo non è più bambina, cercando traccia di una qualche bugia o inganno. Invece, soavemente come quel volo di rondine tra le sue braccia, Maria comincia a raccontare il sogno che racchiude la visita dell'angelo e la conseguente annunciazione.
E qui il pezzo si chiude, piano come un sipario che si abbassa, allacciandosi subito a Il sogno di Maria.

venerdì 9 marzo 2012

La ballata di A.

Nessuno ti salverà. Neanche tu salverai te stessa. E' così, a nessuno importa se non importa a te. E' un binario senza stazione o una stazione senza binario, forse la seconda.
Vedi le partenze e gli arrivi, ma il tuo treno non arriverà mai.
Perchè è così e basta. A nessuno frega niente, tutti hanno il loro treno sotto al culo.
A tua madre importa soltanto della scuola, dei progetti, le manifestazioni, le programmazioni e di tua nonna, le fa il bagno. E' disgustoso, io odio i vecchi. E basta, io dico quello che odio, non posso sempre avvelenare me stessa mettendomi a tacere con la bacchetta della coscienza, non è salutare cazzo, no, no, no.
Vaffanculo.
Vaffanculo, vaffanculo.
I giovani muoiono e i vecchi no. Io odio i vecchi.
Tutto è sempre un problema gigante e io ho sempre le mani fredde.
E mangio, giuro che mangio, ma sarà il sangue che è freddo.
Sono un animale a sangue freddo.
Un rettile viscido che s'immerge in acqua e sparisce. Dove va, nessuno lo sa. E guardo i film dove tutti sono felici e io sono qua a credere che la mia camera sia la mia casa, ma non è così, io vivo sotto una stazione o dentro un aereoporto e dagli altoparlanti Peter Gabriel canta, ma non mi aiuta.
E io sbaglio a fare cose, non va bene quello che faccio, e allora arredo la mia cella con gli specchi e i poster, ma no, l'ho riempita troppo, così dice mia madre, pensa che io sia matta, ma a me piace perchè mi sembra un piccolo bazar e mi mette allegria, sembra un posto nascosto nel cavo di un albero.
E tutto è sempre un dramma, e allora per consolarmi, quando studio, cerco qualcosa che mi possa appartenere, e mi ricordo Auerbach che dice che l'uomo non può pretendere di smettere di stare in tensione emotiva, perchè lo stesso Gesù Cristo è vissuto nella tensione.
Allora sì, mi dico, riuscirò, ce la farò, anche se l'inferriata di questa finestra sa cantare, e dice:

Quando hanno aperto la cella
era già tardi perché
con una corda al collo
freddo pendeva Miché...
Stanotte Miché
s'è impiccato ad un chiodo perché
non voleva restare vent'anni in prigione
lontano da te...


Bella questa canzone, magari alla fine Michè ha incontrato Marinella e adesso sono felici.
Ho scritto come se avessi scritto sul pavimento del mio bazar: domani ci cammino sopra e si scolorisce tutto.
Domani.

domenica 11 settembre 2011

Figlio del riso





Mi ricordo che quand'ero una bambina, spesso seguivo a piccoli passi mia madre al cimitero del paesino di cui è originaria, un agglomerato di casette e casupole disseminate in una vallata del Sud Italia, umida di zanzare d'estate e nebbiosa di fuligine d'inverno.


Trotterellando tra siepi squadrate e vialetti di ghiaia e cipressi, mi piaceva guardare l'immensa distesa di fiori colorati che sembrava ogni volta dare forma ad un cuscino morbido e gigante, che immaginavo svettare tra le lapidi di marmo bianco, troppo seriose per entrare a far parte delle fantasie di una bambina annoiata di sei anni.


E guardavo i piccoli bassorilievi di santi, angeli e cristi morenti ai piedi delle croci, le fotografie ovali che ritraevano visi anziani, raramente giovani.


Tra quella strana collezione però, c'era il piccolo loculo di un bambino che ogni volta attirava la mia attenzione, facendomi fermare buoni dieci minuti prima di arrivare al "nonno Michele" che mai conobbi e che salutavo posando le labbra in un bacio diretto sul freddo liscio del marmo.


Si chiamava Simone Scotti, nato e morto nel 1981 e a pochi mesi dalla nascita.


Era un neonato, di pochi mesi, steso tra lenzuola bianche.


Non capivo: perchè la foto di un bambino tra quei visi adulti, di nonni e nonne, prozii e bisnonni, persone "grandi" che poi si erano ammalate come nonno Michele e ora stavano con Gesù.


Non ci si ammala da nonni? Non si muore da vecchi?


No.


E l'ho capito col tempo.


Quando ti ho visto andar via a soli ventidue anni di vita, per una malattia di cui muoiono i nonni che hanno fatto cose e visto nipoti, piantato ulivi e bevuto vino, portato la Madonna del Castello in processione ogni estate e fatto l'amore con la propria sposa nei letti bianchi di cotone ricamato.


E tu che hai fatto, tu, come quel bambino, Simone...che avete potuto fare con la vostra vita, plasmarla a piacere vostro fino a che punto?


Tra le tante risposte che potrei darmi, mi balena sempre alla mente il Menandro eco di studi classici: "Muore giovane chi agli dei è caro."


Sì, ma non è una conclusione soddisfacente. E allora ecco che sguinzaglio gli sproloqui sul destino, l'equilibrio cosmico, la metempsicosi e la semplice e pura volontà del Dio cristiano, che voleva prendersi Isacco e alla fine l'ha fatto davvero.


Non c'è stato agnello, montone o pecora a sostituire questo "figlio del riso" preso esattamente un anno fa, non c'è stata benevolenza divina o epifania di salvezza, ma solo una croce montata ed inchiodata nel giro di un anno.




"Alle piaghe, alle ferite che sul legno fai


falegname, su quei tagli manca il sangue ormai


perchè spieghino da soli, con le loro voci


quali volti sbiancheranno sopra le tue croci."







A te,


cugino,


amico,


compagno.


Un anno che te ne sei andato,


figlio del riso come Isacco,


ora in un esercito di angeli a guardare i mortali.

martedì 27 luglio 2010

LACIO DROM


Credo di non saperti salutare come se non dovessi rivederti più. Non sarà un addio, ma un arrivederci. Penserò ai tuoi riccioli dorati, al dolce vento estivo e ai tuoi occhi che si confondono col mare dell'isoletta su cui stai per approdare.
Aspettami, faremo un falò sulla spiaggia, berremo birra e fumeremo, come ai vecchi tempi...ti ricordi?
Stai attento al sole, hai la pelle chiara come me e non dimenticare la chitarra, ti terrà compagnia. Mi mancherai in modo terribilmente straziante.
Siamo fratelli di latte e sangue, in me c'è un po' di te e tutto quello che mi capiterà di bello sarà anche tuo. Per me sarai sempre l'angelo biondo a cavallo di una moto, col sorriso luminoso che abbraccia il cielo. Per me sarai sempre l'estate coi riflessi azzurri dei tuoi occhi, sarai quella brezza energica in cui abbiamo volato vicini in questi anni, ancora troppo pochi per essere già ricordati.
Eppure, lo so e posso dirlo con certezza: VOLAMMO DAVVERO.

Torneranno i giorni in cui faremo "festa, festa, fino a mattina".
Lacio drom, fratello di latte e sangue.




domenica 14 febbraio 2010

Senza titolo


"Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro."
(Un matto - De Andrè)

Non mi ricordo come si fa a guardarsi dentro, è tutto così intorpidito e senza significato che sembra confondersi alla perfezione con questo cielo bianco e vuoto di metà febbraio.
Scrivere qui è come scrivere sul fondo di una conchiglia: la getti in mare e quella se ne andrà tra correnti lontane, probabilmente senza che nessuno la ritrovi. Non mi interessa che qualcuno legga quello che scrivo, fa bene a me e questo mi basta...come Torodov, anche io confido fortemente nel potere curativo della scrittura.


"...qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole."







lunedì 9 novembre 2009

Riding with Epona


Le quattro di un odioso pomeriggio di novembre.

Piove da una settimana, ma c'è di buono che il prato del mio piccolo giardino s'è fatto di un verde smeraldo...un po' della dolce Irlanda mi spia dalla finestra.

E un po' di sonno mi cala sugli occhi, un po' di ricordi inseguono i miei pensieri e un po' di malinconia scende silenziosa, come foglia autunnale dai rami gelidi di un albero coperto di rosso e giallo.

E ti vengo a cercare.

E ti vengo a cercare, sposa Libertà adorna di brezze estive che soffiano sui caldi monti del Sud, con veli di nubi spruzzate di latte in cieli azzurri come mari di isole greche.

Cavalcando ancora, lungo sentieri verdi e freschi di sere montane, che sfociano come larghi fiumi in un mare di verde prateria, controvento, sottovento...con il vento.

La pienezza della tua esistenza, in completo connubio con quanto di più antico e arcaico la mente umana possa avere solo concepito.



Quando mi chiese -Conosci l'estate-

io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento...

(F. De Andrè)