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giovedì 26 marzo 2015

Outdoor


Persefone torna sicura alla Madre Terra: la bionda Demetra le tende le braccia ardenti d'amore.
Anche il vento è cambiato: è timido, scherzoso, accarezza l'erba come un sorriso.
Ade sospira nell'ombra, rassegnato.

Guardo la neve sciogliersi e divenire acqua inconsistente sotto le mie zampe.
I miei respiri hanno ritmi cadenzati e più profondi, non si trasformano in vapore ma scivolano nell'aria come polline sfuggito alle api.
Resto ancora nella silenziosa radura innevata e attendo soltanto il sole.
Aspetto la luce come un soffio di una divinità sulle ceneri della terra ferita.
Ne ho intravisto il calore e la leggerezza armoniosa.
L'innocente purezza dei raggi dorati, m'incanta come un cielo stellato, al quale sono forse più abituata.
Mi appartiene questo candore?


venerdì 6 febbraio 2015

Qui

Qui, un salto eterno senza immagine
meccanismo d'assolutezza retorica
ibrida Euridice dai sensi separati che
ferma nella fissità delle emozioni
più non sa seguire e procedere ma
neanche fermarsi in paludi ombrose.

Un Atlantico all'alba di un sole rosso

rosso, rosso, rosso, di un eterno ritorno
qui, niente si muove: la luna aspetta luce riflessa
sorella bianca che giace tra colombe di nuvole,
tende i suoi timidi raggi alla sfera fraterna
che sempre, le scivola accanto.

Innevato universo di virginale stupore

macchiato da sangue immemore e castità violate:
perla dispersa e colma di terrore, intreccia il bagliore
con quello del sole fratello, audace, veloce, vorace
fuoco dorato che brucia selvaggio e costante
e distende le increspate acque lunari.

Qui, spazi indefiniti: gli astri girano senza vedersi

sotto maledizioni ancestrali e bidimensionali,
uno, sfera vorticosa e l'altra, falce leggera
muovono il corso di assonanze contorte
onirici lampi di fusione incandescenti
che cercano corrispondenze, oltre i confini d'aria.






martedì 3 febbraio 2015

Sensazioni



Acqua.
Riesco dolcemente a tornare alla mia sorgente, a vederne l'esile fonte.
La mitezza del cervo che si offre al cacciatore mi confonde, mi ristora, mi insegna.
Come l'acqua nutre, disseta, sostenta, così il cervo va incontro alla morte, con l'occhio umido e grande, inerme lago di innocenza inespressa.

Febbraio porta l'idea della primavera, imbianca e stringe la terra nella morsa del gelo, ma è come il punto più buio della notte prima dell'alba.
L'erba è ancora avvolta dalla coperta di pioggia battente, l'acqua dorme in abissi gelidi e di marmo turchese, la luna è un ventre di vergine che aspetta di congiungersi al sole.
Il cervo beve alla fonte e aspetta quieto il cacciatore: vorrei proteggerlo, ma il cedere la sua vita fa parte del ciclo perenne dove scorrono tutte le cose.
Come una sorgente che porta acqua pulita al suo fiume: sotto la luna d'inverno le correnti diluiscono la fissità densa di una melma malata. Il ghiaccio purifica e brucia come sale su labbra ferite.




giovedì 11 dicembre 2014

Blu




- Allora, che colore vuoi?
- Blu. Voglio quello blu.
- Tieni, legalo al polso altrimenti vola via.

No, non lo legherò al polso. Papà non sa che non lo farò volare via.
Cinque anni, capelli ramati, frangetta spettinata sulla fronte bianca.
Un parco, quello delle Cascine a Firenze, una girandola sulla bicicletta e un palloncino blu in mano.
Ti chiamerò Blu, sarai il mio gabbiano.

Blu vola tra le mie mani, solca le nubi senza paura.
Poi, un giorno, mi aggrappo alla cordicella e mi solleva tra i venti.
Blu, piano, ho paura, soffro di vertigini. E se ti buchi e scoppi?
Ma Blu non mi sente, e si alza sempre di più.

Finchè, un giorno, Blu diventa un gabbiano vero.
E' bellissimo, con le piume candide e le ali grigie. Non ne avevo mai visto uno così da vicino. Lo lascio volare e taglio la cordicella.
Blu è felice, vola in alto.
Lo vedo congiungersi nel sole con la sua compagna.
Hanno un grande nido sul solaio di un palazzo, inacessibile, inviolato, sicuro.
Sono felice per Blu e vorrei dirlo al mondo intero, ma nessuno crederebbe alla storia di un palloncino che si trasforma in un gabbiano, così me lo tengo per me.

Mi sveglio sorridendo, serena per aver respirato un po' di ossigeno e aria di mare insieme a Blu e a quella bambina che ero.
Poi, di nuovo la notte.

lunedì 1 dicembre 2014

Holy river

Dormo insieme al grigiore di questa eterna stagione.
Il cielo esplode in albe di seta e in notti di fango, si alterna la danza delle nuvole bianche come spose verso gli onirici altari di piogge equatoriali.
Il vento è forte, ha ali di falco veloce che sbattono con la rapidità di inesorabili uragani.
L'Angelo del Giudizio cava dai petti una moltitudine di cuori avvelenati, ancora grondanti sangue e tossine, ancora pulsanti umani e inconcepibili affanni.
Li immerge con violenza nelle acque di un fiume senza sorgente e resta a guardarli mentre le onde lavano via il rossore e i grumi di veleno.
L'acqua si addensa, nerastra e viscida come una biscia in agonia.
L'aurora ne mostra inerme i gorghi profondi, i pesci si contorcono tra le correnti ed emergono immobili e senza vita, viscidi scudi d'argento che brillano al sole invernale.
La luce della santa inquisizione della logica cerebrale non penetra la profonda liquidità emozionale di abissi inesplorati.

sabato 10 maggio 2014

Silenzi

Sabato sera. Potrei andare avanti con "Irata" e "Cupe vampe" per altre dodici ore.
Pensieri, grovigli, mea culpa, domande, memorie di una condannata a morte scolpite sulla pietra della prigione si affastellano imperiosi nella mia testa, come carte di un mazzo mal mescolato.
Ma non c'è più niente e niente è più importante.
In un altalena di ottimismo, crudezza, malinconia e fiamme arcuate di residui d'odio, attendo calma l'esito finale. Una fine c'è sempre. 
Una fine naturale, biologica, senza troppe pretese razionalistiche o vampe incolori ed oniriche.
Al centro, io.
Dopo, non lo so.

mercoledì 12 marzo 2014

Seconda Navigazione

Se mi venisse concesso il tempo per una seconda navigazione, seguirei lo scirocco dolce per tutta la vita.
Di notte dormirei su isole azzurre e bianche di conchiglie, fuggirei dai pescherecci sul dorso di delfini argentati, imparerei cose da chi ne sa più di me con l'animo puro e limpido di un cucciolo d'uomo.
Ma il tempo grigio e funereo dei modern times è imprenditore di se stesso e ci spinge in borsa con gomitate d'odio feroce, una camicia bianca da cambiare ogni mattina e mali covati dentro come tumori irreparabili, come caffè freddi amari sui banconi di bar alle nove di sera
e tramezzini ammuffiti sotto i vetri del bancone,
e un feto nel grembo sterile di casualità frenetiche,
nato abbastanza prematuro con polmoni inermi ed insensibili all'aria.
Ma tu che mi spingi per mare, ai venti ed alle acque di una seconda navigazione,
credi davvero che possa navigare anche per te?
Mi piace pensare che credi sia così e t'assecondo,
piegando la testa due volte: come un undici.
Un numero doppio di se stesso, gemello e fratello,
che non è solo, mai.
Undici febbraio.
Come le stelle doppie della costellazione del Delfino,
a cui, forse, tu sei vicino.



mercoledì 19 dicembre 2012

The dark side of the EARTH (Perchè ogni fine del mondo è sempre poetica)

Sabbia.
Terra d'argento e bianca scivola sotto i miei piedi.
Sono atterrata su queste rocce di cristallo, tra monti di creste grigie che si confondono con le stelle del grande cielo nero.
Qui è sempre notte. Una lunga notte senza confini, che si specchia nel suolo di latte. Cerco la luna, ma non c'è. A volte però, riesco a vedere il sole che tramonta, ed è bello come l'altro pianeta azzurro che emerge dalle ombre. Non so come si chiami, ma è luminoso e dolce come la luce bianca che emanano questi piccoli sassolini scintillanti. Il pianeta azzurro è la mia luna nel cielo: maestoso tra le stelle, immobile, muto, nascosto tra le pieghe della notte come un gioiello turchese tra i capelli della grande Dea Madre. L'altra metà sospesa nell'abisso si nutre della tenebra profonda, da qui è facile vederlo: da qui si vede ogni cosa con occhio puro e lucente, le danze dei pianeti, i giri delle comete, un universo intero che ormai mi fa da tetto.
Chissà chi popola quel pianeta, quali esseri, angeli o mostri...o se è semplicemente deserto come questo, perlaceo e silenzioso che però ha nome delicato e musicale come nessun altro corpo celeste.
Questa è la mia terra. L'altro, lontano, che dorme circondato dalla luce è la mia luna. 
Un giorno saprò, forse, cosa c'è dietro quella parte oscura e nascosta, che conserva nell'ombra e mai mostra, come perla incastonata nell'anello del cielo pronta comunque a risplendere nella notte, qualsiasi cosa succeda negli antri bui  e sterminati di queste galassie infinite.



mercoledì 24 ottobre 2012

Delenda Carthago!

Il lento suono delle tastiere all'inizio, si confonde col passo pesante dei legionari romani. Non c'è un inizio vero e proprio, ma un perenne stato di passaggio, una transizione, un'evoluzione in suoni e moti d'animo.

E' tutto lento, lentissimo, come in apnea si snoda un cadenzato movimento onirico, embrionale e primigenio che riempie l'aria secca e calda di un assolato sobborgo tunisino.

Piacere al miele e alle rose addolcisce gli stupri di guerra e i destini di sangue.

Finchè i versi di Properzio, pura materia corale densa di serafica sacralità, forse anacronisticamente cristiana, ma certamente eco di una lunga e silente processione di fantasmi, spezzano la voce principale e conferiscono profonda veridicità all'intera immagine, che avendo ormai evocato le arcaiche gesta, s'è fatta viva e reale e lascia diradare il fumo dei fuochi degli accampamenti, le tende, gli scudi, le spade, i circhi e i riti.

E poi quella frase, centrale, preziosa, immanente, forse un'esclamazione con una punta d'imperio, che suggella e sancisce la storia:

DELENDA CARTHAGO!
 

La sentite, adesso, la Storia?



domenica 7 ottobre 2012

Postilla

Sono felice di comunicare che ho scritto il mio primo racconto, il cui intreccio è nato da un sogno fatto meno di cinque giorni fa.
In due giorni e mezzo, per dodici ore filate, m'è stato impossibile quasi scollarmi dalla sedia e dal PC. 
Sono davvero soddisfatta e spero di essermi finalmente sbloccata!
E' un sensazione bellissima e nuova, sono la divinità-creatrice di un piccolo universo abitato da esseri plasmati da me, che abbevero di parole ed emozioni venendo a mia volta nutrita dalle loro stesse trepidazioni e turbamenti. E' un rapporto di simbiosi, in delicato equilibrio che cresce riga dopo riga. E' magico.


mercoledì 22 agosto 2012

Finchè apparve un cane fantasma che distrusse l'epica

Sento la tua silenziosa presenza accanto a me, come un'ombra a tre dimensioni momentaneamente indipendente dalla luce e dal buio. Mi piace girarmi e vederti là, immobile mentre osservi la sera estiva e respiri l'aria viola.
Il cielo non è ancora blu notte, ma azzurro scuro, come se il sole si fosse giusto nascosto dietro la grande tenda vellutata della volta celeste e dovesse sbucare a tratti, come un attore teatrale che ringrazia il pubblico alla fine degli applausi.
Cerco le stelle ma è troppo presto, non sono neanche le nove.
Ma tu, tu, come fai a vivere? Cioè, come senti il tempo e le stagioni? Mi guardi con gli occhi grandi e luminosi, da sotto le ciglia lunghe e non rispondi. Ti alzi, fai qualche passo sporgendoti dalla ringhiera del giardino e torni a sederti accanto a me.
Diavolo, perchè non rispondi? Ah, vuoi forse suggerirmi che non conta farsi domande, che la vita non è un quiz a puntate, perchè ogni spina buttata là da QUALCUNO per cercare di affossare la mia autostima è come uno di quei cosetti pungenti che ti si impigliano nei vestiti quando ti siedi in un prato.
Sì, ma che palle.
Sospiri piano e alzi la testa in cerca di ciò che forse mi sfugge. So che vuoi insegnarmi qualcosa che però non riesco ad apprendere. Quando fai quella faccia seria, significa che è roba complessa, sicuro.
Quando un cane, un mezzo labrador, appare come un fantasma al di là del muretto. Si materializza dal nulla ed in un attimo irrompi verso la ringhiera come un toro, abbaiando al mondo il tuo disappunto per l'intruso e per tutti i cani-fantasma che disturbano i tuoi momenti di meditazione.
Il cane respinto, si allontana zompettando e per tutta risposta si gira e piscia su un esiguo arbusto del praticello esterno.
Vabbè va...al cesso tutto il nostro eroismo e l'epica iniziale, peraltro accompagnata da Yet another movie.
Ma stasera tutta la filosofia si riduce ad una pisciata.  
Che comunque fa riflettere, anche se è come passare da Baudelaire a Bukowski.
 

lunedì 2 luglio 2012

Echoes

Notte di luglio.
Luna luminosa e gravida nel cielo scuro, perla immobile, lucente e preziosa guardiana di leggeri pipistrelli e piccole falene. Tuttavia bassa, madonna bianca al centro dei pini alti e scuri. 
Voci e chiacchiericci in lontananza, cene sui balconi, passeggiate col cane: è l'estate che fa gli uomini leggeri e silenziosi, creature da bivacco o da mistiche riflessioni solitarie sui cieli stellati.
Io sto ascoltando i Pink Floyd da un'ora, a tutto volume con la finestra aperta.
Ora vago per pianeti isolati, ora nuoto in cieli rotanti, ora m'infilo in crepe dei muri e sparisco tra la calce, riemergo e mi trovo al centro di un qualcosa di indefinito ma totalmente ipnotico, ripetitivo, martellante, che raggiunge l'apice e plana in radure di sabbia dorata, al centro del cuore rosso del sole, in piena solitudine di fuoco, come una voce che si scioglie nel nero della notte, di fronte al Grande Carro di puntini lontanissimi, di quelli che socchiudi gli occhi per vederli emergere dal mare nero della notte.
Ma ci sono, comunque ci sono, stelle da millenni disposte in quel modo per cullare le nostre sere di luglio, troppo accaldate per morire tra le lenzuola di un letto.
E non ho paura. Sono invincibile.
Ora, io sono eterna.


sabato 2 giugno 2012

I remember...

Giugno.
L'aria entra piano dalla finestra, improvvisa, mai annunciata e ristora per la freschezza ancora non soffocata dall'estate di fuoco.
I libri sulla scrivania di legno scuro ci sono ma non sono gli stessi, le foto disordinate sono sparite, i pantaloncini blu, tagliati al ginocchio sono ormai confinati nell'armadio per venire usati solo in caso di "lavori in giardino" o "bagno al cane", le scarpe da ginnastica sono vecchie, vecchissime, scucite, ma ancora resistono agli asfalti, impavide come gomme usurate di una  fangosa jeep.
Eppure più o meno, io resto io ancora in versione liceale. Faccio solo più caso ad abbinare i colori, quello sì.

Sera prima della maturità. Giugno 2007.
Livia è venuta a prendermi per andare con il resto della classe a mangiare un gelato, qui  nei dintorni.
Ci sono quasi tutti nel parcheggio di Villa Sciarra, grande, blu notte e azzurra, presente, monolitica e silente come la luna, una Dea Madre immersa nella dolce quiete estiva.
Davide accende lo stereo della sua macchina: ci eravamo promessi di fare una cosa rituale e scaramantica, cantare tutti insieme Notte prima degli esami (quando ancora la canzone era più famosa del film di Brizzi), stretti in un grande cerchio.
Ci sono tanti visi confusi, spaesati.

C'era tanta gente prima, c'erano tante foto.
C'era un male covato di soppiatto, un cancro pronto ad esplodere, una piccola bomba innescata.
C'erano tanti sorrisi, tante strette di mano pronte a tramutarsi in spintoni per la lotta alla sopravvivenza.
Cosa è rimasto? Un paio di Converse sbiadite.

Compleanno mio. Marzo 2003.
Sono stata male in questi mesi. A quindici anni ho capito che la boccia di vetro in cui vivo, tana scavata nel mio studio bianco, che affaccia come una torretta di guardia su Viale san Nilo, tappezzata di poster del Signore Degli Anelli, elfi e fate, Medioevo fantasy e musica celtica per l'aria, è una boiata immensa. E' un punto indefinito di cristallo che mi toglie dalla realtà, confortevolmente ed amorevolmente. Poi esce fuori un'autogestione a scuola in cui mi butto a fare il servizio d'ordine, e capisco che l'unica cosa da mettere in ordine sono io.
Ma in classe oggi, mi porgono una bustona in carta bianca, contenente la mitica maglietta rosa con la scritta "Fatima travel agency" e una madonna fumettosa che recita: "My son is fantastic!". Sono piccole cose, che ti fanno capire che forse, non sei poi tanto indefinito come punto.

Certo che è bastato poco per uscire di scena. Sono serviti i primi fardelli pesanti e le vere croci da portare, per scappare lontano. 
Cosa è rimasto? Indici puntati contro e la cacciata del capro espiatorio della vostra ipocrisia.
E un ponte crollato, frasi sospese e giudizi inappellabili.

11 settembre 2010.
La terra trema imperiosa, come la voce di Dickinson in Jerusalem.
Ed anche il cielo con la terra, i mari e tutto l'universo. Voglio che si scardinino le case ed i palazzi ed arrivi un diluvio a sommergere tutto, alberi, cose e persone. Tutta l'umanità che nuota in un oceano di lacrime e che nuotando piange, e piange ancora e si scioglie nell'acqua salata. Le stelle cadono e mi brucia il petto, c'è un terremoto di arterie dentro di me, arrivo al fondo e poi risalgo attraverso il sangue, vado giù ancora e riemergo, giù e su, su e giù, in un'eterna lotta contro il mio respiro che sento aggrovigliarsi in gola, come in un intreccio spasmodico di serpenti ammassati tra loro. Io respiro ancora, ma mi raggomitolo qui, in un angolo di corridoio del Policlinico Gemelli e piango. Lasciatemi qui, a diventare muro bianco.
Let it rain,
lei it rain
wash the scales from my eyes...

La bomba è esplosa, il male covato si è rivelato come un dragone rosso uscito da un vulcano nero, di scaglie dure e lingua stretta, che alita fiamme ovunque.
Gli attori, le maschere, le facce, le chiacchiere, le risate, i sussurri, i colori stonati e sfumati, sono tutti usciti di scena, è c'è un unico faro piantato su di me. E un tempo per il mio lungo monologo. 

mercoledì 30 maggio 2012

Is it just a waste of time? Mother - Part I

E ora che vai per il mondo, le ali potrebbero spezzarsi per qualche folata di vento troppo forte o per una spina. Sì, una di quelle spine belle grosse che si conficcano al centro, nel cuore delle piume.
  
Mother, do you think they'll drop the bomb?

Ma che dispiacere vederti così, inerme sotto una montagna di coperte accatastate sul piccolo corpo da uccellino. Anche se ami mostrare agli altri di essere forte, imitando lo sparviero che sfida le altitudini, sei un uccellino spaurito nella nebbia, un pettirosso dal cuore ferito che vaga nel giardino di casa.

Mother, do you think they'll try to break my balls?
Mother, should I build the wall?



Eppure...sono domande che si son fatti tutti, credimi. 
Non t'ho mai visto così, al chiuso della notte che respiri in un bozzolo di farfalla. Chi ti ha fatto del male sapeva di colpire solo la tua spavalderia, quella che sempre dimostri, quella che evidenzi come un toro che porta in giro il suo furore.

Mother, do you think she's dangerous to me?
Mother, will she tear your little boy apart?
Mother, will she break my heart?


Ed anche se fosse? Sì, così è stato. 
Ma se tua madre controllerà sempre tutto, chiederà tutto di te e aspetterà finchè non torni a casa, tenendoti in salute e al pulito, prendendo sempre e solo per cielo la sua testa, sappi che c'è qualcun altro là fuori, dietro la porta della tua camera, che prende per cielo solo quello che c'è in alto, fuori dalla finestra, che ci stringe in un grigio abbraccio di nuvole o giallo di sole e luce, ogni giorno.


Mother, did it need to be so high?


sabato 31 marzo 2012

On the road


Non sono una filoamericana, anzi.

Mio padre nacque a Derby, nel Connecticut e ho sempre sentito parlare degli Stati Uniti in toni entusiastici, indorati da quella filosofia insita nei figli di generazioni di emigranti cullati dal Sogno Americano. Ma se avessi un surplus di denaro (ah-ah-ah-ah!) morirei dalla voglia di farmi un Coast to Coast, lungo, ampio, morbido, un New York - San Francisco (o Los Angeles) che non tocchi gli aspetti banali delle due città ma le ponga solo come estremi di una meta: quello che m'interessa sta nel mezzo.
Le riserve indiane, le stradone polverose color rame, le piane desertiche di miglia perse nel niente, i motel da due soldi con le scritte acide al neon...per non parlare delle città capitali della musica. Niente Tiffany e Hollywood & Co., ma rocce rosse e spazi immensi, pensati in grande per una terra enorme che ha generato mentalità adatte a quel tipo di ambiente con grattacieli slanciati nel vuoto del blu, fino a portare gli uomini sulla luna, in senso reale e fittizio, cinematografico.
Invece noi piccoli europei, vecchi e malinconici, ripiegati su noi stessi, sui nostri piccoli mari, nelle piazzette di marmo tra gli angoli di un bar, con sogni intessuti da ragni fatti per pensare e meditare sulle fluidità di una Venezia, una Trieste un po' asburgica, una Roma ancora gladiatrice. Siamo e saremo per sempre i vecchi nonni della giovane America adolescente, che chissà se ricorda di aver da qualche parte dormito i primi sonni ed imparato a lasciare andar via i primi lunghi ed ampli respiri, nella piccola e tarlata culla europea di preziose coperte barocche.
Resta il fatto che io un Coast to Coast prima di morire me lo farei.

lunedì 12 marzo 2012

Free Spirit Spheres: le fate hanno una casa


Ok, non sono una di quelle tipe da Valle Giulia fissate con queste robe ipermoderne, ergonomiche, dinamiche, ecosostenibili (cioè sì, è una bella cosa ma..."avecce li sordi"!!) e bla, bla, bla...anzi il mio concetto di "casa" è molto spartano anche esteticamente. Insomma, non mi piacciono quelle case essenziali ma chic che sembrano shuttle della NASA...ma queste sferette, dico, le avete viste?
Può un uomo occidentale vivere oltre 100 anni senza essere un guru indiano?
Sì, dentro una casa così sono convinta che diventi Matusalemme.
Zero caos, zero stress, pura vita animale, bioritmo purificato, riflessi vivificati, "il massimo dal minimo indispensabile" (...direbbero i Litfiba).
Un nido da merlo che oscilla al vento ma non cade, un bozzolo di farfalla che protegge dalla neve...dentro un posto così, nel folto delle foreste canadesi, puoi davvero credere alle fate e agli gnomi, nelle sere d'estate aprire la finestra e guardare il bosco che dorme ma sussurra, magari sorseggiando una tisana, dedicarti all'Arte nel senso pieno del termine, disegnare, suonare, scrivere e leggere.
Unica pecca: per me, mediterranea doc., è "vitale" non allontanarsi troppo dal mare, non l'oceano, il mare caldo Mediterraneo, fecondo ancora di miti e segreti. L'ideale sarebbe una piccola sfera di legno in un bosco fresco di pini e qualche leccio, che profuma di mirto e rosmarino...forse gli alberi non saranno imponenti come quelli delle acquose foreste americane, ma qui puoi scendere dalla tua casa e andare in cerca di ginestre, muovendoti come una lucertola che rincorre il sole e respirando l'odore del mare antico.
Una vita così, e non si muore prima dei 100 anni! Peccato aprire gli occhi fin da subito, ed evitare frustranti ed inutili voli pindarici
.

sabato 22 ottobre 2011

Aracne

Nella mitologia greca, quando in una storia succedono cose particolarmente avventurose o tristi ai protagonisti, alla fine come per ricompensa, gli dei si impietosiscono e trasformano sempre i personaggi in cose bellissime...costellazioni, rupi, alberi, delfini o uccelli.

Ed è così che gli amanti, le madri, le spose, restano uniti per sempre.

A volte vorrei che gli dei trasformassero anche me.

Una costellazione sarebbe troppo, non pretendo tanto...mi basterebbe anche un ragno, come Aracne.

Perchè sono più ragno che stella.

Entrerei non veduto, tra le mura della tua casa, dormirei nelle tue tasche.

Filerei una piccola ragnatela, sottile ma resistente, che scintilla nei giorni di pioggia.

Grande abbastanza da ospitare anche te, nel caso chiedessi agli dei di diventare un ragno come me. Potremmo nasconderci tra le piaghe rugose della corteccia di un ulivo, quando il vento cambia o la pioggia diventa neve.

Non so quanto vivono i ragni, ma poco importa: a noi, alla fine, sarà sembrata una vita lunghissima e piena, la più bella che potessimo desiderare.

giovedì 14 aprile 2011

Parsley, sage, rosemary and thyme


Ciao Piccolo Tu, che forse non sei ancora Tu.

Lo sai che ora saremo di nuovo in cinque? Certo a quale prezzo.

Chissà se senti l'amore farti la carne, la pelle ed il sangue.

Stai venendo con carri di fieno ed erba seccata al sole, ammucchiata in covoni pressati da larghe mani callose, passi pesanti, gambe stanche e schiene curve di donne coi fazzoletti in testa ed i neonati paffuti attaccati al seno.

Stai arrivando con una scia di terra d'orto ed alberi da frutto, asinelli che trottano con fascine di legna sul dorso, soldati spediti al fronte che tengono la foto della promessa sposa nelle tasche, processioni di Madonne Incoronate dai boccoli neri e le labbra bianche, luci a festa e campane che scandiscono i pomeriggi bruciati dal sole o gli inverni secchi ed umidi di pioggia e nuvole gonfie, che rintoccano sugli alberi di fiori bianchi come la neve, sui balconcini stretti dei palazzi scrostati dal tempo e dal vento che muove i panni stesi ad asciugare al sole, le foglie di piantine d'edera lasciate un poco penzolare, i pollini e i pulviscoli che cadono in strada e i lembi delle gonne di donne indaffarate con le buste di pane, e di vecchiette vestite di nero che salutano sorrisi dai solchi di rughe sottili.

Stai correndo nella piazza grigia di cemento, tonda di gente a circolo che gioca a carte sulle sedie del bar, di urla di bimbi e rombi di motorini, di cagne che annusano a terra seguite dai cuccioli con passi malfermi ed incerti, i passi con cui anche tu, Piccolo Tu, cercherai di seguire il mondo che gira lento accanto al palloncino che stringi in pugno.


lunedì 9 novembre 2009

Riding with Epona


Le quattro di un odioso pomeriggio di novembre.

Piove da una settimana, ma c'è di buono che il prato del mio piccolo giardino s'è fatto di un verde smeraldo...un po' della dolce Irlanda mi spia dalla finestra.

E un po' di sonno mi cala sugli occhi, un po' di ricordi inseguono i miei pensieri e un po' di malinconia scende silenziosa, come foglia autunnale dai rami gelidi di un albero coperto di rosso e giallo.

E ti vengo a cercare.

E ti vengo a cercare, sposa Libertà adorna di brezze estive che soffiano sui caldi monti del Sud, con veli di nubi spruzzate di latte in cieli azzurri come mari di isole greche.

Cavalcando ancora, lungo sentieri verdi e freschi di sere montane, che sfociano come larghi fiumi in un mare di verde prateria, controvento, sottovento...con il vento.

La pienezza della tua esistenza, in completo connubio con quanto di più antico e arcaico la mente umana possa avere solo concepito.



Quando mi chiese -Conosci l'estate-

io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento...

(F. De Andrè)